Uno Zio con la zeta maiuscola

Ho avuto la fortuna di essere cresciuta abbracciata da affetti partenopei: quasi tutti i miei parenti vengono da questa terra e l’amore di tutti gli zii lo porto con me dentro, nei ricordi più profondi.

Ma c’è nella mia vita uno zio di cui non posso non commuovermi ogni volta che penso al bene che mi ha voluta. Si chiama Paolo, Paolo Pagliarani, è il fratello di mia madre e in questi giorni compie ottant’anni. A lui devo il primo ricordo della mia vita. Ho appena due anni e sono nel lettino arancione, zio è venuto a trovarci nella casa di via Tommaso de Amicis a Cappella Cangiani. Devo aver sentito mamma, nonna e la mia sorellina che lo salutano, ma io sono bloccata dalle sbarre. Mi alzo sulle punte e cerco di scavalcare il lettino: ed è allora che mi scatta il torcicollo. Un dolore lancinante, ma zio Paolo mi afferra con le braccia e mi bacia. È il mio primo ricordo in assoluto e in questo ricordo c’è lui solo. Quando sono nata, zio attendeva la notizia in mezzo al mare con i suoi amici di sempre e ogni tanto cercava di connettersi con gli strumenti social dell’epoca per avere notizie. È lo stesso zio che comprò i biglietti aerei per Zurigo e salvarmi così la vita.

Quando ci trasferimmo a Roma, anche sua madre, nonna Maria, venne ad abitare con noi. Così zio Paolo veniva spesso a trovarci. In genere mamma non ci avvisava della sua venuta, per farci una sorpresa. Ma io lo sapevo sempre qualche minuto prima che mi aprisse la porta. Finita la scuola a mezzogiorno e mezza, entravo nell’androne buio e lungo di via Merulana e giù in fondo chiamavo l’ascensore, che mi avrebbe portato all’attico. Appena entrata avevo una piccola scossa di felicità: un soffio del suo profumo era rimasto lì dentro. Zio Paolo era arrivato. La giornata virava all’improvviso, sapevo che nessuno ci avrebbe sgridato, anzi avremmo riso tantissimo. Zio ha una dote naturale, potenziata dalla moglie, zia Chicchi, sua grande spalla: un’ironia senza precedenti che non si è mai esaurita nonostante le cicatrici profonde degli anni. Mia nonna nei giorni in cui gli zii salivano con i loro splendidi Alberto e Andrea dagli occhi così diversi dai nostri, apparecchiava quanto di più importante poteva tirar fuori dal suo ricettario napoletano e nessuno poteva entrare in cucina. Mamma aggiungeva la prolunga per raddoppiare lateralmente il fratino, con la tovaglia ricamata e i piatti buoni.

A noi tre nipoti zio Paolo ha fatto sempre tanti regali: un pensiero piccolo o grande, ma costante che ci faceva sentire nei suoi pensieri nonostante i 180 km di distanza. Ricordo un giorno: avevamo traslocato da poco sulla Circonvallazione Ostiense e la casa, seppur grande, era per noi troppo piccola, abituate com’eravamo ai due piani e soprattutto alla terrazza monticiana dove i tramonti mi invadevano il cuore. La nuova stanza era piccolissima agli occhi nostri, dovevamo dormire in soli quindici metri quadrati. Zio ci disse: -Che regalo volete? Eravamo tre e ognuna non sapeva decidersi. -Allora facciamo una cosa. Andiamo alla Coin e scegliete ciascuna ciò che volete per arredare questa camera. Era la prima volta, avevo 14 anni, che entravo alla Coin di san Giovanni. All’epoca conoscevo solo la Standa, Oviesse, al massimo Upim. Ma la Coin mi fece un effetto lussuosamente esagerato. Per anni ho tenuto sul mio letto il cuscino verde acqua scelto quel giorno.

Zio Paolo è una persona che si è fatto da solo e sa fare tutto da solo. Ha un’abilità impressionante con le mani: gli aneddoti della sua infanzia, raccontati da mamma e poi quelli che abbiamo potuto vedere noi stesse negli anni sono a tratti esilaranti. Dal gommone creato con il copertone della ruota di un camion al costume fatto a mano. Dagli armadi ai tavolini in mogano, alle cornici. Conservo gelosamente il portagioie che mi ha preparato per la laurea e il quadretto con gli occhi di santa Lucia, lavorato per la nascita della mia terzogenita.

Pensare a zio Paolo è ricordare anche e soprattutto la sua cucina di pesce. Quando da piccole trascorrevamo le nostre vacanze di Natale a Napoli, il pranzo del 25 era rigorosamente a casa dei mei nonni paterni, gli unici emigrati al sud prima della guerra. Un pranzo romagnolo quindi, con il profumo degli aranceti di fronte al Vomero. Ma secondo quella tradizione appunto il cenone non era contemplato. La famiglia Pagliarani, invece, era di Mergellina e il cenone di Natale era preparato come una liturgia. Io, che schifavo il pesce di mia nonna tutti i venerdì dell’anno, la sera di vigilia il pesce cucinato da mio zio lo mangiavo sempre: molluschi, crostacei, il famoso capitone fritto. Ricordo che c’erano due tavole: una per i grandi e una per i piccoli e le portate di pesce per noi erano ridotte. Io mi alzavo e ne chiedevo sempre a zio Paolo un po’ di più. Lui non mi deludeva mai. Il pesce zio non solo lo cucinava ma lo pescava: i racconti delle sue immersioni sono diventate leggenda nella nostra formazione. Il mare è sempre stato ed è tutt’ora il suo elemento. Non per niente sua madre ebbe le doglie al largo di Mergellina e raccontava che, se avesse atteso qualche minuto di più, lo avrebbe partorito nell’acqua di mare.

Di zio Paolo ho sempre ammirato anche il suo modo di gestire il denaro. Vengo da una famiglia parsimoniosa, che ha fatto la guerra, come mi ripetevano spesso mamma e papà. Ma anche zio Paolo l’aveva fatta. Eppure sapeva capire quando era il momento di festeggiare, di uscire una volta di più con gli amici, di prendersi una vacanza importante e fissare il momento, senza pensare ai soldi, per farne memoria. Spesso abbiamo fatte le vacanze insieme: stesso campeggio, loro in bungalow, noi nella roulotte.  Ricordo una volta all’Isola di Capo Rizzuto, era il 1977 ed io avevo cinque anni: mio zio quel giorno aveva pescato una cicala di mare. La sera l’avrebbe mangiata con i suoi storici amici sul terrazzino del suo bungalow: io allora volevo andarci, ma mia madre centellinava anche durante le vacanze i nostri momenti di festa e probabilmente in quella settimana avevamo già beneficiato troppo. E disse no. Io non mi persi d’animo. Dalla mia roulotte il bungalow era lontano e dovevo attraversare la pineta. Il sole era già tramontato quando mi presentai alla loro tavola. –Ma Mamma e papà sanno che stai qui? Mi giocavo la serata: -Certo, risposi senza battere ciglio. Quell’ora, prima del mio ritrovamento, fu una delle più belle di quella stagione e mi permane forte il ricordo insieme al sapore di quella cicala sotto il palato assaggiata sulle ginocchia di zio. E non importa se fui messa in punizione tutta il giorno seguente, mentre gli zii cercavano di ammorbidire mamma. Io avevo rubato un ricordo in più, che infatti non ho ancora dimenticato.

Zio Paolo, così amante del mare, ha però minato per sempre il mio rapporto con questo elemento magico. È accaduto ancora una volta durante una vacanza insieme. Eravamo tutti a La Mantinera, di fronte a noi l’isola di Dino riposava tranquilla. Era il 1981. Sguazzavo con tanti cugini tra la sabbia e il mare divertendoci, come solo i bambini sanno fare, sentendoci fuori dal mondo. Quel giorno il mare infuriava. Era pomeriggio, il cielo scuro e i cavalloni giganti. Tutti si erano tuffati e mi gridavano di raggiungerli. Ma io avevo paura e rimanevo a guardarli sul bagnasciuga. Ad un certo punto zio Paolo mi raggiunge, ebbro di divertimento come un ragazzino, mi prende una mano e mi dice: – Gemma entra con me, ti prometto che non ti lascerò mai la mano. Anzi. Chiama il suo amico Renato: -Io ti terrò una mano e Renato ti terrà un’altra. Stai tranquilla. Ti divertirai un mondo. Di fronte a quella promessa -me l’aveva fatta zio Paolo- diedi loro le mani ed entrai. I primi minuti furono stupendi. Sentivo la loro stretta forte e non avevo più paura. Poi il risveglio sdraiata sulla spiaggia, con l’acqua che sputavo dalla bocca e zia Chicchi china su di me. C’era stata un’onda terribile per la sua forza e nemmeno i grandi erano riusciti a controllarla, tutti spazzati via e buttati sul bagnasciuga. Quella stretta si era allentata. Non sono bastati mio padre, le lezioni di nuoto, gli amici. Ogni volta che entro in acqua e giungo dove non tocco, la gola mi si stringe e non respiro. Ma non ho paura del mare in sé: lo amo comunque e i miei figli, per fortuna, sono tutti pesci dello Ionio.

Zio Paolo non ha mancato mai una volta di farmi sentire supportata nelle mie scelte. Quando andai a Napoli per comunicare ai miei parenti che di lì a qualche mese sarei entrata in convento -avevo ventitré anni- tutti mi accompagnarono con la preghiera. Zio Paolo no. Non ha un buon rapporto con la Chiesa: non deve essere stato facile allontanarsene, cresciuto in una famiglia in cui entrambe le sorelle della madre erano entrate in convento. Ho sempre rispettato le sue scelte, ma ho fatto un patto con il Padre Eterno tanti e tanti anni fa (io non prego, parlo con Lui direttamente senza fronzoli): non accetterò di entrare in paradiso – se questa sarà la mia eternità- fino a quando non vedo zio Paolo sulla porta a tendermi la mano. Quando dunque comunicai a zio la mia decisione di diventare suora incassò il colpo. E poi portandomi con la famiglia in pizzeria, ordinò uno spumante per brindare -disse- a questa nuova tappa della mia vita. Indimenticabile!

Al mio matrimonio, durante il ricevimento a Castel Roncolo, nell’unico castello medievale in cui gli affreschi non sono sacri, ma ritraggono il ciclo d’amore di Tristano e Isotta, Zio Paolo si avvicinò e mi allungò una lettera: con il cordoncino del libretto della liturgia, aveva fatto il nodo Savoia, il nodo d’amore, accompagnandolo con parole che sappiamo solo io e lui.  Quella lettera per diciotto anni è ancora lì, nel primo cassetto del mio comodino, non ho mai voluta archiviarla nelle scatole dei ricordi, nemmeno nei vari traslochi e mi parla ancora di un affetto che c’è nonostante le scelte che ho fatto oggi così distanti dal suo immaginario. So che anche questa volta zio Paolo ha incassato il colpo. E il suo silenzio mi parla di questa verità. Lo accetto, come ho accettato la mano che mi ha lasciata tra le onde del mare. Era qualcosa più grande di lui, allora come oggi. Ma io aspetto, aspetto ancora quello squillo che mensilmente arriva da tutta una vita con l’incipit che mi scioglie: -Fanciulla bella!

Tantissimi auguri zio Paolo, so che non sei amante delle sviolinate. Ma che faccio, “M’ ‘o tengo a mente e dico: -Me l’astipo? Dimane nun esiste. E‘o journo primma, siccome se n’è gghiuto, manco esiste. Esiste sulamente stu mumento”. E allora voglio usare io oggi il tuo solito intercalare nel consegnarti questo omaggio: -Permetti vero?

La tua Gemma di sempre

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