UN PEZZETTO DI NOI

Oggi alle quattro del pomeriggio, con il tipico schiatto del sole agostano di una Roma appennicata su se stessa, sono stata a fare l’ennesimo tampone. Non c’è nessuno e mi sbrigo allontanandomi frettolosamente dall’ospedale e dal riverbero del tendone.

Usciamo insieme io e una piccola, bianca ottantunenne. Cammina lentamente, strisciando la sua borsa legata ad un trolley più barcollante di lei. Ha fatto la sua seconda dose di vaccino in quel momento. Viene dal litorale e, per precauzione, ha prenotato una camera presso uno dei tanti istituti di suore sull’Aurelia. Mi giro cercando di scorgere qualcuno ad attenderla. “No, tesoro, non ho figli e mio marito è lassù che mi aspetta.”

Completamente sola, lei e la sua catenina d’oro sul collo rugoso. Mi permetto di abbottonarle la camicetta: – Sa, nonna, qui basta un motorino a strattonarla. Occhi pensosi brillanti, senza cataratta, mi scrutano dentro quando le propongo un passaggio in macchina. Ma no, ribadisce più volte, faccio due passi. -Allora l’accompagno a piedi. Ancora un no, ma si incuriosisce e mi chiede il motivo del tampone. Allora le prendo dolcemente il braccio e le indico un rettangolo d’ombra dopo il cancello del pronto soccorso. Mi segue con il suo trolley e la sua borsa gualcita verde muschio. È dignitosa questa donna e parla un italiano perfetto. Ci presentiamo: porta con grazia un nome altisonante, che conosco solo dalla mitologia. È di Bari ma ha sposato un ragazzo di Napoli: -Quando avevo tre anni ero certa che avrei vissuto lì, tra i pini della Rimembranza. Il ricordo della nostra Napoli ci scioglie. Anche la sorella l’ha preceduta da qualche anno. -Ma io non ho paura di morire, solo di soffrire. Tu non ti preoccupare. Ora che mi hai raccontato tutto, ci penso io a te. Ho smesso di chiedere ai santi, da quando uno di loro non mi ha fatto la grazia per mia sorella. Così chiedo direttamente al Padre Eterno. E mi ascolta. Quando distolgo gli occhi dai suoi, è passata un’ora, e lo schiatto è finito. Non vuole comunque farsi accompagnare. -Inizio a studiarmi un po’ Roma, sto pensando di trasferirmi qui, che dici?

Vorrei darle qualcosa, un pezzetto di me, una coroncina, magari un libro, ma oggi dalla fretta non ho portato la borsa grande. Anche lei si affanna, ma non riesce a trovare quello che cercava in valigia per me. Le nostre teste nel tirar fuori tutto dalle borse, si sfiorano. Ridiamo all’unisono e scoppio a piangere come una bambina. Perché –le spiego- mi rendo conto solo allora che anch’io mi fermo come faceva la mia mamma a chiacchierare, assetata di altre vite: al bar, alla fermata dell’autobus, al supermercato, ovunque ci sia vita vissuta da bere. E piango ancora, pensando a quante volte mamma, tornando dalle sue passeggiate mi rendeva partecipe di quelle storie: – Gemma, lascia un momento di studiare: non sai chi ho incontrato oggi. Una storia da romanzo. Per mamma tutte le storie erano da romanzo. Mi mettevo con le gambe acciambellate sul divano per ascoltarla, la finestra spalancate sulla circonvallazione e sul mondo. L’ascoltavo per ore e finivamo sempre per recuperare in quelle storie gli stessi fili tessuti dalla Allende, dalla Serrano, dalla Maraini. Poi mamma rientrava in sé, di nuovo mamma, di nuovo autoritaria e sbrigativa: – Dai Gemma, che facciamo per cena? Sperando che mi sostituissi a lei tra i fornelli. Io restavo immobile, ancora vogliosa di quel cibo che avevamo appena finito di divorare. Allora chiudeva le finestre e andava svogliatamente a cucinare, rimpiangendo cento e più volte l’assenza della sua di mamma. Così, mentre mi asciugo con le dita e il braccio le lacrime ovunque si siano fermate, spiego a questa donna sconosciuta di questa mancanza quotidiana che mi tortura: una madre presente nel corpo e mai più a sé stessa, una madre che non può più fermare in uno scatto tutte quelle storie e la sua, ormai sbriciolata.  Mi ricompongo e resto così a fissare negli occhi quella ottantunenne lucida, come i suoi occhi, bella come solo alcune donne possono esserlo a ottant’anni. Con delicatezza mi accarezza la guancia: – Stai tranquilla, mamma tua sa le cose che non le hai detto. Avrete l’eternità per raccontarvele. Solo allora capisco cosa posso lasciarle di mio e comincio: Io vulesse truvà pace; ma na pace senza morte. Una, mmiez’a tanta porte, s’arapesse pè campà! S’arapesse na matina, na matin’ ‘e primavera, e arrivasse fin’ ‘a sera senza dì: «nzerràte là». La recito fino alla fine, mentre Ippolita, con giovane scatto, lancia la testa indietro e, sistemandosi con posa civettuola una ciocca di capelli, ride annuendo. E ride, ride alla vita, a suo marito, alla sorella, a me.

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