Un libro nello zaino

Un tempo anch’io assegnavo tanti compiti per le vacanze. Ero agli inizi e come unici riferimenti i miei insegnanti delle medie e del liceo, quelli degli anni Ottanta per intenderci. 

Poi ho cominciato a capire che la tradizione è una grande opportunità se si riesce a declinare con la generazione presente, altrimenti resta una zavorra pesante per tutti e può compromettere per sempre l’amore di una disciplina. Insomma, non sono mai voluta essere una dei dinosauri da distruggere, come recita Mario Schiano nei panni del professore di patologia ne “La meglio gioventù”. Tuttavia alcune tradizioni del passato le ho portate con me, come l’amore per le poesie a memoria, poesie che negli anni diventano un patrimonio acquisito che non si dimentica più e che mi ritrovo a recitare sottovoce mentre guido, mi trucco, passeggio o che mi chiedono le stesse bimbe quando sono versi divertenti o emozionanti. Ma appunto, quando assegnavo tutti quei compiti, durante le vacanze di Natale, Pasqua e nel periodo estivo, ero solo agli inizi. Con gli anni, soprattutto quando i miei stessi figli hanno iniziato a frequentare la scuola, ho cominciato a capire il ruolo primario delle vacanze, lunghe o corte che siano, per il benessere psicologico di tutta una famiglia. Questa pandemia, in particolare, mi ha resa più attenta alle mie piccole donne e ai miei piccoli uomini dietro i banchi. Non assegno mai compiti in estate, se non libri da leggere. Anche gli autori sono cambiati, perché alcuni libri dell’Otto-Novecento sembrano “come delle stanze serrate o dei libri scritti in una lingua molto straniera”[1]. E come non assegno classici estivi, ma li leggo magari io stessa in classe, con la giusta intonazione, men che meno assegno relazioni sul libro da consegnare a settembre, tanto su internet le troverebbero tutte. Chiedo soltanto, al termine della lettura, di sbizzarrirsi nel creare con disegni, frasi, colonne sonore, uno schema chiamato “Tutto in una pagina”. Non l’ho inventato io. In questo modo non dimenticheranno più quel libro letto e riusciranno a portarlo con leggerezza nello zaino di tutta una vita.  Questo “Tutto” sono poi invitati a spedirmelo subito su whatsapp e non a settembre, perché lo voglio esaminare nel momento in cui l’hanno fresco di lettura e confrontarci. Non è mia abitudine aprire una polemica con alcuni miei colleghi, che imbottiscono di compiti i loro alunni (e anche i miei figli) come fossero tacchini il giorno del ringraziamento; ma una domanda sorge spontanea: a settembre poi riuscite a leggere uno per uno i compiti dei singoli ragazzi o terminate di esaminarli e correggerli l’ultimo giovedì di novembre?

Tutti e sessantadue alunni hanno il mio cellulare: ho cominciato a darlo in Dad, creando una chat per ciascuna classe, in cui durante l’anno registro i brani epici letti da me (soprattutto per i dislessici), fotografo le mie mappe alla lavagna (per i disgrafici), spiego a chi me lo chiede, delucidazioni sulle consegne a casa. Con una classe in particolare -a maggioranza straniera- ci inviamo vignette sugli strafalcioni grammaticali più in voga, così, per rendere più leggero lo studio della nuova lingua. Questo mi ha permesso di bypassare l’ingerenza genitoriale o diminuire agli stessi genitori (anch’io sono su ben quattro chat di classe dei miei figli: un delirio!) il carico delle interpretazioni dei compiti assegnati su registro elettronico.  Però la chat, e i miei alunni lo sanno bene, ha il suo rovescio della medaglia implacabile, perché resto sempre la loro docente: ciò che scrivo sulla chat è legge. Nessuno può dire di non averla letta e non fare i compiti equivale a un bel quattro senza sé e senza ma. I miei alunni a questo patto ci stanno. Imparano ad assumersi le loro responsabilità, lontano dalla presenza giustificatrice dei loro genitori. Così attraverso il mio cellulare, li accompagno tutta l’estate, in silenzio, non come una prof che ricordi loro i compiti, ma come un adulto di riferimento in più, cui possono chiamare o scrivere in libertà ciò che vogliono e sentono. Dall’8 giugno ad oggi, ho ricevuto in media quattro, cinque messaggi al giorno. Alcuni mi mandano solo lo schema del libro, altri mi dicono se gli è piaciuto o meno, se era più bello quello precedente, se posso consigliargli un altro genere. Mi postano anche le foto dei luoghi dove sono in vacanza e messaggi per ricordarmi che quel giorno è il loro compleanno – quando non me lo ricordo io stessa e li chiamo a sorpresa. Certo ci sono anche alcuni, e sono pochi, che ancora non mi hanno scritto nulla. Ma è il bello della libertà estiva: sono in vacanza come me. Non è obbligatorio tenermi aggiornata. Ci mancherebbe. Trovo già un miracolo che lo facciano, guardando a mia figlia della loro stessa età che ancora non ha aperto libro. E poi c’è lei, con gli occhi neri e la pelle ambrata, che mi chiama più volte in questi mesi, angosciata di partire. Mi informo, parlo con la madre, ma non c’è verso. Deve tornare al suo paese con la famiglia. “Fai di tutto per rientrare a Roma -le scrivo su whatsapp- Grazie della lettera che mi hai regalato l’ultimo giorno di scuola. Sono fiera di te, di quanto hai imparato quest’anno. Ti ricordi che all’inizio parlavi pochissimo? E come eri timida e avevi paura di sbagliare e temevi che non avresti fatto amicizie? Ora guarda come sei cresciuta, come parli, come ti relazioni con i compagni, come ti diverti con loro. Non sono stata solo io a fare questo miracolo, come mi hai scritto: sei stata tu, i miei colleghi, ciascuno dei tuoi compagni, anche quelli con cui hai litigato. Ricordati sempre da dove sei partita e cerca di aspirare a cose belle, buone, oneste per la società. Aiuta chi si trova in difficoltà nel tuo paese, ricordandoti che tu stessa ci sei passata. E cerca di leggere ogni giorno una pagina di un buon libro, una sola, in italiano. Passa a casa mia prima di partire, ne cerchiamo uno che ti piaccia”. Ma lei non si dà pace. Ne ho visti tanti di casi come i suoi, ragazzi che non ritorneranno più in Italia. Allora chiamo la madre e, con la figlia che traduce le mie parole, le chiedo una foto del biglietto di ritorno, per tranquillizzarla e tranquillizzarmi io stessa. Ce l’ha e me la gira. Mi sollevo per un attimo. Tornerà a ottobre, un mese ancora troppo lontano per darmi certezze. È una settimana che è partita: me la immagino all’aeroporto di Fiumicino tra bagagli, magari strabordanti regali ai parenti, la madre affaticata e il fratellino piccolo che fa i soliti capricci, in attesa del check-in. Mi chiama ancora una volta. Io e lei abbracciate da una rete mobile restiamo così, commosse, tra pochi e vibranti monosillabi. Non vogliamo scioglierci da questo abbraccio. Poi: -Prof devo andare. Hanno chiamato l’imbarco. La voce le trema. -Coraggio, tesoro- le dico alzando la voce per mantenerla più ferma possibile- sii forte, scrivimi, io ti aspetto in seconda. L’ultima frase prima di chiudere: -Ah prof, il libro che mi ha dato da leggere, si ricorda? Sta nello zaino!


[1]Rainer Maria Rilke, Lettera a un giovane poeta, 1903

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2 risposte a “Un libro nello zaino”

  1. Quanto tempo sprecato sui libri e sui quaderni per fare i compiti delle vacanze! L’unico ricordo che mi è rimasto di tutto quel tempo sono le sgridate e i ceffoni ricevuti. Ogni volta che vi ero costretto mi domandavo “perché le chiamano vacanze se poi ci fanno studiare anche più di quando stiamo in classe”. Ai mei tempi (anni ’40 e ’50) era considerata vacanza anche la domenica e tutte le feste comandate!
    Dopo aver letto questa chicca ho capito il perché di tanto accanimento: “non esistevano gli “zaini, usavamo le “cartelle”.

  2. Cara Gemma, per me leggere ciò che con tanta passione scrivi è una costante emozione perché ritrovo in ogni tua parola la passione per ciò che quotidianamente fai per i tuoi ragazzi. Anch’io non amo assegnare i compiti “per le vacanze” ai miei, preferisco che vivano in libertà il periodo che li separa dal nuovo anno. Consiglio loro, attraverso il gruppo whatsapp di classe, qualche libro da leggere che, naturalmente, leggo anch’io. Mi basta che una parola, una frase, una piccola parte di una pagina diventino il “pretesto” per parlare dei contenuti, di ciò che è piaciuto o che non hanno affatto gradito. Questo vuol dire per me star loro accanto, con discrezione, con attenzione e con dedizione. Mi emoziona risentirli e percepire che stanno crescendo, anche attraverso un piccolo messaggio che racchiude in sé il senso dell’esserci, perché in fondo noi per loro siamo un punto di riferimento. Un abbraccio,
    Maria

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