Un ciclo chiamato amore

(alle mie figlie Anna, Lucia, Teresa)

Per tutte le bambine, diventare donna è l’evento delicato e travolgente per eccellenza e non importa se da adulte molte di noi non ricordano granché di quella giornata e della sua preparazione.

È stata e non si torna indietro. Anche coloro che lo hanno dimenticato o lo minimizzano dietro un velo di memoria appassita, possono percepire negli anni, nei mesi, in quei giorni la gravità ovvero il peso di una natura che rende ogni donna onnipotente sulla vita. E questo è ancora più vero quando a qualcuna di noi viene negato un figlio: allora l’anima e la mente lottano ferocemente con il proprio corpo tutta la vita per restituire a sé stesse il senso profondo e ontologico della propria femminilità mutilata. Quando accolgo una prima media, una delle cose che chiedo alle mamme, nel primo colloquio, è se le loro figlie sono sviluppate o stiano per diventarlo. Non c’è storia su una ragazza che da bruco sta diventando farfalla, non c’è lezione che possa attirarla, se gli ormoni in quei giorni la capovolgono tutta. E, infatti, c’è un tempo per ogni cosa: un tempo per allenare la mente, un tempo per saziare l’anima, un tempo per ascoltare il corpo. Nei giorni di questa trasformazione, ogni bambina ha diritto a vivere un legame quasi simbiotico con la propria madre, come nei mesi del concepimento, perché venga partorita un’ultima volta donna. E per questo c’è bisogno di una stagione di chiacchiere, coccole e risatine segrete tra loro. Una bimba attende il ciclo con paura e curiosità, sbirciando la fisicità delle compagne più adulte di lei. Alcune volte è la nonna, la zia, la cugina che la inizia a questo cambiamento. Ma la madre, anche quella più assente, svolge un ruolo fondamentale nel bene e nel male e il modo con cui lo fa o non lo fa, determinerà forse per sempre la sessualità e le scelte future di quella piccola donna. Quello che scrivo l’ho imparato sulla mia pelle.

Mia madre, qualche anno prima ch’io sviluppassi, aveva spiegato tutto a mia sorella grande che si preparava a sbocciare: lo aveva descritto in modo scientifico e per mia sorella tutto era chiaro; non per niente oggi è una biologa. Gli ultimi tempi anch’io ascoltavo le risposte che mamma dava alle domande di mia sorella. Ma mi vergognavo tanto a dire che non avevo capito un bel niente e che quel parlare così tecnico di ovulazione, follicoli, conto dei giorni- il primo, il quattordicesimo, il ventottesimo- di flusso medio, normale, abbondante, regolare, irregolare: tutto mi si confondeva nella mente. Mamma ogni tanto si girava verso di me: -È tutto chiaro anche per te Gemma? Annuivo per non deluderla e non farmi vedere meno intelligente dell’altra. Così non trovò mai necessario duplicare quei colloqui a tu per tu che aveva coltivato con la primogenita. Poi mia sorella sviluppò. Era estate e quello fu giorno di festa.  Nella mia casa matriarcale partenopea, il giorno in cui una bimba diventa donna, i parenti più stretti iniziano il corredo, una tovaglia, un lenzuolo matrimoniale ricamati. Ma non furono questi i doni che mi colpirono. I miei genitori le regalarono un libro bellissimo, dal titolo “Virginia ha 14 anni”. Un libro pulito con tutte le spiegazioni leggere e intriganti per una ragazzina degli anni Ottanta: come vestirsi, truccarsi, prepararsi ad una festa. Quando mia sorella non lo leggeva, lo trafugavo la sera a letto e lo divoravo con tutta l’intensità dei miei dieci anni, pregustando il giorno in cui anch’io, diventata donna, avrei ricevuto un libro simile. La mattina del 16 maggio 1983 comincia malissimo. Sono giorni che ribollo tensione, mamma non me ne passa una. Io amo andare a scuola, sono in prima media, ma oggi non mi va proprio e a mio padre, che viene ad alzare le tapparelle, dico categorica un no. Allertata dal marito, mia madre mi raggiunge come una furia: -Sono giorni che rispondi male, fai spallucce e ora non vuoi andare a scuola. Febbre non ne hai. Quando scendo da camera mia, voglio vederti pronta. Si volta e io sento di odiarla per la prima volta nella mia vita. Vado in bagno controvoglia a prepararmi, mi siedo e solo allora scopro il rosso sulle mutandine. È difficile spiegare i miei sentimenti: ancora oggi faccio fatica io stessa a credere che non solo delle mestruazioni in quel momento non mi importa nulla, ma che non mi impressiona nemmeno la vista di quel sangue di cui non avevo capito nulla durante le lezioni di mamma. Invece mi sento incredibilmente raggiante e non smetto di ridere tra me e me: grazie a madre natura, posso questa volta prendermi una rivincita su mamma. Cerco alla svelta un assorbente di mia sorella ed esco a testa alta dal bagno, aspettando in salotto che mia madre scenda dalle scale di camera sua. Quando mi vede seduta tranquilla, con il pigiamino a fiorellini ancora addosso, vedo che si tende tutta e le vene del collo stanno per esplodere. Ho pietà di lei e la brucio sul tempo: -Mamma ho il ciclo! Il volto di mia madre, il piede sull’ultimo scalino, non l’ho mai dimenticato: vedo il combattimento interiore, lo sforzo di volontà per calmarsi, il senso di colpa per non aver capito, l’ansia che io abbia fatto tutto da sola senza chiamarla. Si accascia sul divano, mi prende e mi abbraccia: sono uno dei pochi abbracci grondanti affetto che riceverò da lei. Poi urla a mio padre che sta aspettando sulla porta: -Eugenio vai, oggi Gemma resta a casa. Mi lascia alle attenzioni di nonna Maria, che provvede subito a viziarmi: -Cosa vuoi per pranzo? Gnocchi alla sorrentina, come sa farli solo lei. Sono felice e i dolori alla pancia, che già iniziano e mi tormenteranno negli anni, sono una goduria, pensando che ora potrò entrare a testa alta nel gruppetto del muretto, dove siedono le mie compagne già sviluppate al parco di Colle Oppio. E poi c’è la festa della sera che mi aspetta: il gelato che preferisco, il mio primo orologio Casio, la tovaglia ricamata per il corredo. Arriva il dopocena e mamma e papà mi offrono un regalo che già percepisco essere “il libro”. Non ho la pazienza di aspettare: sono due anni che aspetto. Lo scarto con una voracità fuori controllo. È un attimo. Tutto il mio piccolo mondo, la mia intelligenza, la mia anima, il mio corpo ricevono uno degli urti più traumatici della mia vita di donna. Ricaccio più volte le lacrime, perché non riesco a leggere bene il titolo. Allora ci pensa mamma che me lo sfoglia e mi chiede se mi piace, perché la mia faccia deve essere senza espressione. La mia testa credo si sia inclinata per un sì. Mia nonna mi riempie il bicchiere di gelato per la seconda volta, mentre mi infilo l’orologio al polso sbagliato. –Non si mette a destra Gemma, mi fanno notare. Per anni ho volutamente portato l’orologio a destra, aggrappandomi al gesto sbagliato di quella sera, per non sprofondare nella voragine che si era aperta nel mio corpo, di cui non capivo gli effetti ma che ero certa sarebbero stati completamente diversi da quelli di mia sorella. Quando fu l’ora di sparecchiare, mi defilai in camera sul letto, stringendo fortemente le mascelle al buio per non urlare e piangere. Mia madre socchiude la porta e mi si avvicina per il bacio della buona notte, io raggomitolata e voltata verso il muro: -Gemma hai dimenticato di prendere il libro che ti abbiamo regalato tuo padre ed io. E mi appoggia sul letto il regalo, pensato appositamente per me, per il mio corpo di farfalla, per il mio corpo di madre, per il mio corpo di donna.  È un libro di preghiere, dalla copertina rigorosamente nera. C’è un tempo per ogni cosa: un tempo per allenare la mente, un tempo per saziare l’anima, un tempo per ascoltare il corpo. Quello fu il giorno in cui divenni sorda, a lungo, per anni.

Nell’ultimo trasloco della scorsa estate è uscito a tradimento quel libro di preghiere nell’unico scatolone dell’infanzia che mi sono portata dietro. So che le preghiere sono sacre e non possiamo liberarcene come un qualsiasi altro testo. Ma so anche che Dio conta le lacrime delle donne una per una: allora prendo questo libro dalla copertina nera e lo sfoglio per la prima volta. Tutto. Poi lentamente strappo ogni pagina e senza fretta ne faccio tanti piccoli pezzetti; li chiudo in un sacchetto e scendo a buttarlo nel cassonetto della carta. Poi torno a casa e quella notte dormo con le mie bimbe, tutte e quattro abbracciate nel lettone, respirando i loro corpi, premendo il mio sul loro per sentirlo vivo e ringraziare di questa mia esistenza, che sono riuscita a salvare con le mie sole forze, un’esistenza piena di vita che continua a rigenerarsi ogni giorno e mi sussurra sottovoce le parole rosso sangue del mio lungo ciclo chiamato amore.

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