Un caso disperato

Non sono una campeggiatrice. Anni e anni di roulotte mi hanno aiutato nel discernimento! I miei genitori hanno provato in tutti i modi ad educarmi alla selva selvaggia e aspra e forte, ma senza risultati, anzi. Dal Kinderheim in montagna ai campeggi nella macchia mediterranea, dai viaggi in camper ai soggiorni in conventi spartani. Niente.  Sono un caso disperato. I miei nemici più forti sono stati da sempre loro: gli insetti.

Oggi i campeggi sono super attrezzati, ma negli anni ‘70 c’era di che industriarsi. Tutto era approssimativo: dal bagno ai lavatoi, dalla pulizia alla pennica, dalla spesa ai giochi. Ricordo che lavare i piatti era il compito di noi bambine. I lavatoi erano tutti raggruppati sotto una pensilina, la schiuma traboccava e i più piccoli si divertivano a ricoprirsi di bolle e affogare nei rivoletti le formiche, mentre noi giocavamo a fare le grandi. Ma le api!  Non ho mai capito quante api ci siano in un campeggio: all’improvviso te le ritrovavi tutte lì, attorno al tuo lavello di ceramica graffiata. Era un’impresa mantenere il controllo, sciacquando da un rubinetto dove svolazzavano a sciami, mentre gli schizzi d’acqua mi solleticavano il braccio e la pancia, scivolando giù sulle cosce. Ho ancora i brividi lungo la schiena al solo pensarci: non sapevo mai se quelle che sentivo erano gocce d’acqua o toccate d’api. Lavavo i piatti saltando continuamente da una parte all’altra.  Quando all’improvviso una si impossessava del mio lavandino, non capivo più nulla: il suo ronzio mi rendeva tutto annebbiato e, con piatti e bicchieri nella bacinella gialla risciacquati alla meglio, il detersivo che immancabilmente mi scivolava di mano, correvo nella veranda.  Ma mia madre, vedendo la velocità della mia ritirata, mi obbligava a un rapido dietro front per pulire bene il lavandino così come lo avevo trovato. Fu al campeggio che mio padre inaugurò le merende a pane e miele. Il loro miele! È da allora non lo sopporto nemmeno per sfiammare la gola.

Anche Il riposo era un vero martirio: non riuscivo a rilassarmi con gli insetti che spadroneggiavano sul tappeto della veranda: passavo minuti e minuti, nel sopore della pennica con il libro di turno in mano, a fare da piccola vedetta lombarda. Contro formiche e scarafaggi era guerra aperta su tutti i fronti o meglio a tutte le entrate: dalla zip della veranda, agli scalini della roulotte e su fino al finestrino del bagno. Quando avvistavo un ragno poi, entravo in ambascia profonda.  Alle mie grida giungeva da papà quel “Cosa vuoi che sia” ereditato da mia nonna, con la s rigorosamente romagnola, che metteva fine alle mie speranze. Ore e ore a controllare i microscopici avanzamenti del nemico sul linoleum della veranda o sul soffitto della roulotte e niente, nemmeno l’ultimo capitolo della Saga dei Poldark mi faceva capitolare. E se per caso mi addormentavo, il risveglio era traumatico con una cavalletta di sentinella che ti guardava fissa dalla pagina del libro scivolato a terra.

Oggi sono decisamente più controllata: semplicemente non vado in campeggio! E alle richieste di aiuto dei miei bimbi per i pesciolini argentei che sfilano dalle mattonelle del bagno, schiacciandoli con la ciabatta, rido quel “cosa vuoi che sia!”, con la s rigorosamente romagnola, che mi ha accompagnato per tutta l’infanzia.

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