San Martino

Stamattina a colazione mio marito e mio figlio mi hanno battuto sul tempo, recitando “San Martino”: versi che dovrebbero entrare di diritto nel patrimonio culturale italiano. Ma pochi bambini oggi conoscono a memoria questa poesia.
Bardata sotto la coperta di pile, occhi lucidi e tachipirina a go-go, me li ripeto tra me e me, scaldandomi al tepore di quei versi, nonostante parlino di nebbia: stasera il mio posto è vicino a quei ceppi accesi.
E mi sale una nostalgia pazzesca degli anni trascorsi alle elementari, di quell’odore dell’aula in via Mecenate: pastelli, quaderni, gomme del Mulino Bianco. Studiare poesie da piccoli serve anche a questo: restituiscono  frammenti di memoria alle tue emozioni infantili.

Ma a otto anni non comprendevo davvero tutti i versi. E sotto il maestrale urla e biancheggia il mar, li ho finalmente capiti tre anni fa, quando ho vissuto l’autunno a Gallipoli accanto ai miei suoceri, combattendo agli angoli dei vicoli quel maestrale che mi tagliava il respiro e spaccava le labbra, schiumando le onde sulla spiaggetta della Purità.

E mentre le rondini ancora oggi si atteggiano a stormi d’uccelli neri, volteggiando incontrastate sulla volta della Stazione Termini, mio marito, da buon gallipolino, stasera mescerà a tutti vino novello, anche alla piccola Teresa. Perché a San Martino, febbre o non febbre, si beve.

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