Quel che passa il convento

Il convento 01Non ho mai fatto molte storie sul cibo, da piccola, anzi. Devo dire che sono stata una privilegiata: ho vissuto con una nonna napoletana, una vera napoletana della Riviera di Chiaia. La cucina è stata da sempre il suo regno. E se a Napoli lasciò ricordi e fotografie, non trascurò di portare a Roma le sue ricette borboniche. A lei devo la stabilità che solo la buona cucina porta in famiglia.  Fino a 16 anni ho saputo con assoluta certezza cosa mi aspettava ogni giorno in tavola. Il menù era rigorosamente quello, dal lunedì alla domenica, alternando, come una liturgia, le settimane del tempo ordinario a quelle di Pasqua o Natale. E se il venerdì era la tragedia del minestrone e merluzzetto, c’era il giovedì, in cui gli occhi si aprivano già felici, aspettando la panzanella al forno, quella che a fette umide e oleose il giorno dopo infilavo nella tasca del grembiule inondato di origano, stemperando – con quella merenda a metà mattina- il pranzo magro del venerdì.  Ma, appunto, c’erano giorni in cui storcevamo il muso, noi tre sorelle. E lì arrivava la sentenza: “Si mangia quel che passa il convento”, senza discussioni. Giorno dopo giorno, soprattutto in quaresima, il “si mangia quel che passa il convento” ha scandito i ritmi lenti della mia forchetta dal piatto alla bocca.

Ora, il lungo balcone del nostro salotto affacciava su un convento, quello delle Missionarie Francescane di Maria, cui tra l’altro apparteneva la sorella di mia nonna. Era riposante guardarne dall’alto il chiostro con le suore che passeggiavano raccolte sgranando rosari. Ricordo la nevicata dell’‘86. Mentre mio padre ci faceva assaggiare neve mescolata a vino rosso, sotto di noi quelle grigie suorine si rincorrevano nel chiostro immacolato, giocando a palle di neve. Uno spettacolo! Quello è stato per anni, il convento per antonomasia, “il Convento” con la c maiuscola. A volte, stanca di sorseggiare tamarindo nelle piccole tazzina da bambina, mi appoggiavo al balcone, tutto poroso di ragnetti rossi, e guardando in giù, spiavo il convento interrogandomi su chi fosse la suora cuciniera e dove fosse allogata la cucina.

Sì, perchè, mentre i giorni si rincorrevano tra stortini e lenticchie o pasta alla pizzaiola, davanti ad un piatto di bieta o scarola, tornava impietoso l’adagio del si mangia quel che passa il convento. E così, se le domande dei bambini hanno sempre una loro logica, la mia prima infanzia è passata a decifrare questo grande enigma: “Come mai, con tutto il da fare che si dà mia nonna in cucina, alla fine ci tocca sempre mangiare quel che passa il convento?”

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2 risposte a “Quel che passa il convento”

  1. Finalmente…e’ arrivato…aspettavo il tuo scritto da tanti giorni… Mi hai fatto desiderare un pasto a casa Faggioli….

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