OCCHI A MANDORLA

Non so perché nel mio immaginario di bambina, desiderassi tanto essere adottata. Amavo la mia famiglia, ma mi percepivo diversa, indipendente, e quel sentimento era già evidente dal lenzuolo che a sei anni tiravo a mo’ di tenda sopra il letto, per isolarmi dalle sorelle. Oggi penso che questo mio desiderio abbia finito per risultare molto ingombrante e allora non posso che accettare con rispetto le lenzuola che negli anni hanno tirato loro.

Avevo trovato molti indizi a favore di questa ipotetica adozione e ci ho creduto assai. Innanzitutto non avevo foto della nascita: le prime risalgono ai miei due mesi di permanenza al Kinderspital di Zurigo, trenta giorni dopo. A poche settimane, infatti, avevo contratto una malattia, oggi banale, ma che allora in Italia era completamente sconosciuta: la salmonella. I primi casi accertati risalgono al 1973, quindi nel giugno del ‘72 gli ospedali di Napoli non ne sapevano nulla e, di fronte al mio fulmineo deperimento, consigliarono i miei genitori di mettersi l’animo in pace: sarei morta in pochi giorni. Devo al fratello di mia madre –in un momento in cui i miei tentennavano sgomenti- la fermezza di acquistare due biglietti per Zurigo e salvarmi così la vita. Ma proprio per questo non ho foto precedenti. E il pensiero che non fossi una Faggioli, crescendo aumentava.

I miei genitori poi avevano fatto un viaggio a Tunisi durante la mia gravidanza: c’è una foto che ritrae mia madre bellissima su un cammello in mezzo ai tuareg. Era magra come sempre e l’accenno di pancia per me inesistente. E se mi avessero adottata lì? Meglio: se avesse perso il bambino in grembo con tutto quello scarrozzare nel deserto e fosse poi partita alla volta di Zurigo per adottarmi? Aveva già perso il suo primo figlio, e ce lo raccontava spesso a noi bambine. Marco lo chiamava nei suoi racconti. Magari l’aborto spontaneo era accaduto anche quella volta, in Tunisia.

Studiavo poi i miei occhi marcatamente allungati, attentamente, allo specchio. Nessuno della mia famiglia li aveva come i miei. E le ciglia, così rade e corte, come quelle giapponesi, da chi le avevo ereditate? A sette anni decisi di tagliarle, sollevandomi in equilibrio precario sul bidè del bagno arancione, dove era posizionato lo specchio: speravo che il taglio avrebbe infoltito le ciglia come si fa con i capelli, ma -orrore! – ci misero una vita a ricrescere e comunque meno di prima, nonostante le inondassi e massaggiassi per giorni con olio di fegato di merluzzo, recuperato per caso in quello stesso mobiletto a specchio.

Insomma, non assomigliavo a nessuno: mia sorella grande era la fotocopia di mamma e della nonna, la piccola assomigliava a papà. Ma io? Ricordo come fosse ieri quando mia madre, esasperata da questo mio puntiglio, mi fece salire nella sua camera da letto dalle mattonelle bianche e blu e tirò fuori dal comò una scatola, dove conservava i pochi oggetti di suo padre morto in guerra: poi da una busta trasparente prese un ciuffo di capelli e avvicinandolo ai miei cercò di convincermi che ero sicuramente una sua discendente. Ma quella veterana reliquia castana non ottenne il miracolo atteso.

Ho continuato fino alle medie nella convinzione di essere stata adottata. Con il passare degli anni i miei genitori, di fronte ai miei occhi a mandorla, resi ancora più marcati dalla frangetta fatta crescere, si arresero, inaugurando così una stagione di divertimento per tutti: in estate, quando qualcuno si avvicinava, chiedendo loro sommessamente se fossi stata adottata, annuivano e, strizzandosi l’occhio con aria complice, si lanciavano nell’epopea di un’adozione difficile, la mia. Tutta contenta, stavo al gioco e recitavo anch’io per loro e con loro, mentre dentro di me il sapore di quelle scenette mi restituiva un barlume di speranza.

Oggi questi occhi allungati si notano meno, soprattutto il disegno piatto delle palpebre, perché l’età restituisce a molte noi cinquantenni uno sguardo orientale. Ma quando mi attardo allo specchio per mettermi il mascara su quel che resta delle ciglia, ripenso ancora a quella profonda convinzione bambina, che, probabilmente, ben oltre la misura dei miei dubbi, mi ha aiutata a scegliere da adulta percorsi diversi dalla mia famiglia d’origine.

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