Napoli, chella mia

Questa volta Napoli mi è rimasta nel cuore più di tutti gli altri mesi, giorni e ore che vi ho vissuto in passato. Forse perché l’ho presentata finalmente ai miei figli. Forse perché l’ho camminata tanto dal Vesuvio a Mergellina, dal Vomero a Portici, da Pozzuoli a Materdei. Senza stancarmi.  O forse perché si avvicina il mezzo secolo (lo so mancano ancora tre anni, ma lo sento che galoppa dentro) e faccio i miei bilanci. E il sangue arrossisce, quel sangue napoletano che i genitori mi hanno trasmesso sì, ma in sordina- così lo strappo si sarebbe avvertito meno. Per loro soprattutto. E invece no: lo strappo c’è stato e Napoli ritorna prepotente a dettar legge sul mio carattere. Senza accento, è vero, ma nel gesto, nel riso, nell’humor tra il sacro e profano come la testa sudata di Donna Concetta alle Fontanelle.

Ormai a casa, a Roma- dove le strade si distinguono marcatamente dai marciapiedi e non si abbarbicano l’una all’altra cercando fette di mare e spiragli di cielo, mi chiedo se la mia anima, sempre così inquieta e travagliata, avrebbe trovato pace tra quei vicoli borbonici, impastati di sugo e panni stesi.  Forse avrei imparato prima a conoscermi, specchiandomi in quelle figure femminili che sono andate annànz’ e arrèt’ sull’acciottolato di Napoli: dalla Pimentel alla Serrao, da Titina alla Sastri, da Orsini Natale fino a Tiziana che oggi dirige l’Ospedale delle Bambole, assai vicino a quel chiostro di San Gregorio Armeno, dove tante principesse Caracciolo si involarono al volere paterno.

E come loro sento la vita pappulearmi dentro, incostante e tellurica come questa terra lavica su cui la storia ha costruito sopra strati e strati di miracoli e cofecchie, slanci creativi e indolenti richiami a nobiltà perdute. Storia partenopea, dove io non ho posto. E mentre cerco di comunicare ai figli questo mio smarrimento, ecco la voce impietosa e stentorea del primogenito -cavata fuori da un tortano ingolfato in gola-  affondare là dove ho depositati gli ultimi residui nostalgici: “A ma’, nun c’era  mica bisogno di andare a Napoli per sapere che sei come il Vesuvio. Bastava chiederlo a noi. So’ anni che ti conosciamo bene.” Mi conoscono bene, loro. Vabbuò: avimm pazziate.

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