Lettera a un medico di base

Roma, 10 gennaio 2019

Caro Dottore,

ci conosciamo da troppo poco tempo per giungere a conclusioni affrettate. Fino a settembre sono stata con un altro tuo collega, oggi in pensione: mi conosceva dall’età di 14 anni, quindi è ovvio che non posso fare paragoni. Chi ti segue da più di 30 anni diventa il medico di famiglia, non più di base. Cambiare medico è un po’ come cambiare insegnante: dobbiamo iniziare a conoscerci e a comprendere reciprocamente sintomi e linguaggio. E ci vuole tempo e tanta tanta pazienza.

Per questo ieri sono rimasta amareggiata dalle tue parole. Non sai quanto. Ti avevo scritto un messaggio -durante i minuti di ricreazione in classe- descrivendo sinteticamente i sintomi che provavo: nausea, mal di testa, brividi di freddo. Ti ho chiesto un appuntamento nel pomeriggio perché davvero non mi reggevo in piedi e avevo bisogno di un giorno di malattia per oggi.

Mi hai scritto l’orario in cui ricevevi e io- sempre più stordita- ho finito scuola, preso le bimbe, condotte alle varie attività del mercoledì e sballottate con me nel tuo studio, faticando a tenerle buone in mezzo agli altri tuoi pazienti.

Il tempo di salutare e mi hai interrotto quasi subito. Unendo le mani e sfoderando un sorriso, mi hai redarguito come fossi un’alunna sorpresa a giustificarsi: “Signora Faggioli, conosco bene i docenti – mia moglie è una insegnante- e le voglio ricordare che…  hai guardato la mia scheda anagrafica sul monitor) … ha 46 anni. Quindi deve stare a scuola almeno altri 20 anni. Capisco che ogni tanto agli insegnanti piaccia starsene sotto le coperte, ma, vede, se ne deve fare una ragione!”

Per una frazione di secondo ho pensato di aver capito male, ma il tuo sorriso lasciava poco spazio all’interpretazione. Allora ti ho ricordato il motivo per cui a novembre mi sono fatta fare da te il vaccino antinfluenzale, onde evitare appunto quelle febbri e ricadute tipiche della classe docente a contatto con un pubblico – almeno per i mesi invernali- quasi sempre raffreddato e febbricitante.  E ho fatto di nuovo la mia richiesta di un giorno di malattia. Dopo avermi scrupolosamente auscultato i polmoni e misurato la pressione, hai concluso che non avevo nulla.

Ti ho ripetuto con calma i sintomi che avevo- chiedendoti se la mia era un’influenza mascherata dal vaccino fatto- perché non mi reggevo in piedi. Sì, è probabile, hai concluso. E non hai aggiunto altro. Fuori le bimbe strillavano e non ero in grado di reggere ulteriormente un dialogo. “Facciamo così- ho racimolato le mie ultime forze alzandomi- domani se sto ancora male, la richiamo e decide se darmi o meno il giorno.” Allora, quando sei stato certo che non ero io a pretendere un giorno- perché stavo per l’ennesima volta rimettendomi alla tua volontà, hai esclamato: “No, no: domani mattina lei stia a casa; me lo ricordi con un messaggio e invierò il certificato telematico”

Sono andata via con un profondo senso di umiliazione raramente provato prima come docente. Non ho dormito tutta la notte, ovviamente non per le tue parole, ma per la diarrea che si è aggiunta alla nausea e al mal di testa.  Ma le tue parole, caro Dottore, anche questa mattina hanno il sapore di un’offesa gratuita e, come diceva Dante, il modo ancor m’offende!

Sto ancora chiedendomi il perché di queste parole -davvero cosa ti ha spinto a dirle? – quando mi scrivi: “Buongiorno. Sto per inviare il certificato per oggi. Come va stamattina, ancora nausea e vertigini?” Ho voluto leggere in questa domanda un senso di disagio ma anche un guizzo di intelligenza. È in virtù di questa che sono sincera nella risposta: “Notte in bianco per nausea e diarrea (cominciata stanotte). Mi spiace chiederle un giorno di malattia: mi sono resa conto che non ha grande stima dei colleghi di sua moglie che chiedono un giorno per stare sotto le coperte. Ho sicuramente più di 20 anni da lavorare e, molto probabilmente, saranno gli stessi 20 anni in cui sarò una sua paziente. Non è un buon inizio sentirmi giudicata a prescindere dalla mia persona e dal mio excursus. Cercherò di rivolgermi a Lei il meno possibile e -quando necessario- motivando con richiesta di specialisti. Buona giornata.”

 “Mi spiace- ora mi scrivi- che lei si sia sentita giudicata, non era mia intenzione darle questa impressione. Volevo e voglio solo cercare di capire quali sintomi abbia, per cercare di aiutarla… fermo restando che, qualora continuasse a non sentirsi a suo agio, si senta assolutamente libera di cambiare il medico.”

No, caro Dottore, non ti cambio. Non si è trattato di sentirmi o meno a mio agio. E tu lo sai. Le incomprensioni iniziali, gli attriti non mi spaventano, fanno parte del gioco di una relazione, quando le intelligenze si attivano. Questo è l’inizio del nostro rapporto, caro Dottore, ma appunto è solo l’inizio. E poi le ipotetiche ti riescono benissimo: oggi come oggi è raro leggere i congiuntivi giusti su whatsapp! Non ti lascio, caro Dottore, stai sereno, non ti lascio.

Alla prossima,

Gemma Faggioli

 

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2 risposte a “Lettera a un medico di base”

  1. Secondo me fai bene a non cambiarlo: adesso sarà attentissimo nei tuoi confronti, dopo una partenza così disastrosa e una tale figuraccia.

  2. io invece lo cambierei perché “il buon giorno si vede dal mattino” , magari sarà bravo ad usare i congiuntivi ma ha la stessa superficialità di tutti coloro che reputano gli insegnanti dei privilegiati con lunghe vacanze a Pasqua Natale e in estate….. capisco però anche il tuo punto di vista di non fermarsi all’apparenza …. io ragiono così perché sono molto istintiva….. è sempre un piacere leggerti Gemma😘

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