La soffitta

Nella casa di via Merulana, c’erano tre sgabuzzini: due al piano inferiore, l’ultimo nella camera dei miei genitori, al superattico per intenderci. Quello era stato battezzato la soffitta. Era inaccessibile a noi bambine e per questo il luogo più desiderato. Era difficile raggiungerlo. Mia nonna dalla cucina controllava sempre le nostre mosse.

Tuttavia nei pomeriggi languidi in cui la vicina di casa, ultrasettantenne alta e dai capelli azzurrini tenuti a crocchia, bussava per recitare il Rosario, tutto diventava possibile. Si sedevano nella camera a destra in fondo al corridoio: nonna sulla sedia a dondolo che il marito le aveva scolpito in tempo di guerra, la signorina Rina su una delle due poltrone di velluto verde pallido.

Qualche minuto passava ad assicurarci che nessuna delle due avesse necessità impellenti da abbandonare la stanza; origliavamo in punta di piedi gli Ave e i Santa, che si rimandavano nel loro piccolo coro a due voci. Arrivare in soffitta era un vero e proprio viaggio: occorreva aprire la porta a vetri del salone che dava nell’ampio ingresso di marmo bianco, una porta che ci era vietata durante la settimana; salire le scale in legno che scricchiolavano a ogni piedino, far scorrere la porta a soffietto della camera dei miei, che cigolava sempre, e finalmente girare la chiave della soffitta. Non era facile e ci si divideva le mansioni, o meglio noi più grandi obbligavamo la più piccola a fare da vedetta in salotto, perché nonna non si insospettisse del silenzio improvviso al piano di sotto. Quelle sono state occasioni preziose per imparare a parlare a bassa voce con il timbro giusto così da farmi ascoltare dalla mia sorellina in fondo alle scale!

La soffitta era qualcosa di magico: non sapevo nulla dell’armadio delle Cronache di Narnia, ma quando poi l’ho letto, ho capito che aprirlo doveva suscitare gli stessi sentimenti che io provavo quando aprivo quella soffitta.

C’era innanzitutto lo scaffale impolverato dei libri delle giovanette, quella collana della Salani che nonna e mamma si erano portate da Napoli e che mi faceva impazzire nelle sue copertine anni cinquanta. I nomi di quei romanzetti rosa ancora mi scuotono: L’automa, il vecchio pozzo, la contessina, John autista russo. E mentre le sorelle cercavano le novità, io seduta per terra sotto la lampadina pendula del mezzanino mi iniziavo a sogni romantici.

La soffitta era il luogo dove mia madre nascondeva i regali che comprava durante l’anno per poi offrirli nelle varie ricorrenze. Fu così che un’estate -aggirato il controllo di nonna, scoprimmo tre scatole sospette. Non le aprimmo subito. La volta successiva, mia sorella Emanuela fu più audace e sollevò i coperchi: tre bambole riposavano silenziose tra fogli di carta velina immacolati. Ogni volta che tornavamo in soffitta, guardavamo incantate le bambole e poi, con riverenza e rispetto, le riponevamo a dormire. Tornammo per mesi a scoprirle e a rigirarle tra le mani, fino a tenerle strette tra le braccia, senza mai sgualcirle. Ciascuna di noi ne adottò una, dandole pure un nome, in attesa dell’assegnazione definitiva. Frequentammo quelle bambole con un’assiduità commovente e la sera a letto pensavo spesso alla mia Carolina e alla sua solitudine immobile nella buia soffitta. Mai nessuna di noi rivelò quel segreto, che ci rendeva complici e fortemente sorelle. Quale fu quindi la meraviglia, quando la mattina della Befana ai piedi dei nostri lettini, scoprimmo che la bambola, amata a prima vista, era proprio quella che mamma aveva scelto per ciascuna di noi. Chi non ha avuto una soffitta come la mia o un armadio come Carl Lewis faticherà a capire l’emozione che ho vissuto.

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3 risposte a “La soffitta”

  1. Gemma tra i libri c’erano anche “l’usignolo nella notte” è tutta la saga dei Poldark. Ricordo ancora la macchina fotografica di papà anni 60-70…. un pezzo di antiquariato 😍

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