La festa di una donna comune

Dopo settimane che non vedo anima viva, chiusa tra le pareti di un’influenza che rimbalza da una stanza all’altra, finalmente domenica pomeriggio arrivano un paio di amiche con figli al seguito, per supportarmi e sopportare insieme una caciara che, condivisa, si dimezza. I nostri mariti, attardatisi un po’ in convenevoli, prendono la via di fuga per Testaccio, e dondolando il piede tra il pianerottolo e l’ingresso, contrattano la ritirata: prima o dopo la cena delle bimbe? Meglio dopo.
Finalmente chiuse le porte -quella di casa agli uomini, quella della cameretta ai bimbi, cominciamo a respirare. La pelle del viso si rilassa, io soprattutto assaporo il piacere di rallentare: non sono affatto truccata- con le amiche mi viene facile anche da settembre a maggio (è una storia lunga, ma uso il trucco solo nel periodo scolastico, l’estate ruga più ruga meno, non indosso nulla, almeno sul viso), i jeans sono i soliti e la maglia conta già quattro primavere. Ai vestiti mi affeziono troppo e non dovrei: i kg in più sono lì a sottolineare implacabili l’impaccio di indossare le stesse cose. È per questo che a volte ho quelle alzate di testa che -a dieta inoltrata- mi fanno spendere per un vestito nuovo. E ci deve essere una correlazione proprio con queste mattate, perché a distanza di qualche settimana, abbandono il vestito e la dieta pure. Ma non i jeans e quella maglia evidentemente.
Tre donne quarantenni in un salotto di oggi, cioè di quelli che oggi le famiglie normali possono permettersi: un living fa più figo, ma la metratura non cambia e ingresso, salone e cucina sono un tutt’uno. E infatti diventa un tutt’uno anche l’aroma del caffè e della vaniglia nei bignè, ripieni di crema allo spasmo, che si mescola al profumo delle teglie di lasagne pronte per la cena e relegate un metro più in là, sul top della cucina. E a quello lieve e turchino della lavanda, raccolta questa estate in Francia a grandi bracciate, chiusa in contenitori che apro per le occasioni all’ingresso. Salvo una ciotola che è sempre sul mio comodino, traboccante auspicio di bei sogni.
Tre donne quarantenni, tranquillamente sedute nelle pose più tipiche di ciascuna, in un pomeriggio di marzo. Questo è l’incanto e l’energia di una amicizia tutta al femminile: la capacità di riprendere da dove si è lasciato, un giorno, una settimana, un mese prima. Che poi si esalta con la mia necessità di raccontarmi -se non reinventarmi, che ho ereditato dalla mia famiglia matriarcale. C’era infatti un rito, un po’ demodé anche allora, che si svolgeva nel tinello di casa Faggioli: il rito del tè, il tè delle cinque, come cinque erano le donne che vi partecipavano; una madre, tre figlie, una nonna. È lì che ho imparato a tagliare al millimetro e a condividere fette di limone e vissuto quotidiano. È lì che il taglia e cuci di una giornata furiosa, lasciava il posto a un commento placido su di una pagina femminile: e allora l’infanzia con la Alcott, l’adolescenza con la Austen, la maturità con la Allende; e poi la Ginzburg, la Gordimer, la Fallaci, la Maraini, la Bellonci. Tutte andavano bene e chi di noi non le aveva ancora lette, ascoltava in religioso silenzio le conclusioni un po’ affrettate della principiante o le argute argomentazioni di chi le conosceva meglio. Nelle loro storie brulicano ancora pensieri e sapori, vestiti e fantasie di noi donne, immortali o comuni che siamo, sane e malate, colte e ignoranti, tranquille e sfrenate.
Tre donne quarantenni domenica hanno riempito il salotto di calore, abbondanza, risate, emozioni. Io il mio otto marzo quest’anno l’ho già vissuto. Domenica.

Gemma Faggioli

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