LA CONVERSAZIONE DI UNA MADRE

Sono rimasta piacevolmente colpita dalla sensibilità dimostrata da Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, uscita nel 2013.

Al capitolo terzo, trattando dell’Annuncio del Vangelo, Papa Francesco raggruppa gli articoli 139-141 sotto il titolo “La conversazione di una madre”: “Come a tutti noi piace che ci si parli nella nostra lingua materna, così anche nella fede, ci piace che ci si parli in chiave di cultura materna, in chiave di dialetto materno, e il cuore si dispone ad ascoltare meglio. Questa lingua è una tonalità che trasmette coraggio, respiro, forza, impulso”. Mi sono sentita chiamata in causa e ho cominciato a riflettere su come evangelizzo i miei quattro figli. Da qui alcune riflessioni -pubblicate qualche anno fa su una rivista francese[1]– che rispondono alle domande che, io per prima, mi sono posta negli anni.

Per diverso tempo ho preparato i genitori al battesimo dei propri figli. Mi è capitato spesso di vedere arrivare giovani coppie poco convinte, spinte magari dall’abitudine familiare, dalla pressione di qualche nonna, quando non dall’impatto sociale che questo evento comporta (spesso è la prima volta che dal matrimonio riuniscono completamente di nuovo parenti e amici). Genitori assolutamente ignari dell’impegno che stanno per assumersi nei confronti del figlio: quello cioè di impegnarsi a educarlo nella fede.  A volte leggo nei loro occhi un dubbio sospeso che cerca conferma: “È proprio necessario il battesimo? Tutto sommato, quando sarà grande sceglierà lui”. Capisco profondamente quei genitori che tentennano. Alle volte non è tanto la scelta del battesimo in sé a frenarli, quanto l’impegno che si assumono – in qualità di genitori -di fronte alla società ecclesiale e umana di crescerlo nella fede: “Cari genitori, chiedendo il Battesimo per i vostri figli, voi vi impegnate a educarli nella fede. Siete consapevoli di questa responsabilità?”[2] Quando aspettavo Nicola, il mio primo figlio, vivevo già da qualche anno, una profonda crisi di fede.  Tutto mi dava tormento: la Messa, le preghiere, la vita stessa sacramentale e, soprattutto, lo ritenevo ormai per me inutile. Ma il battesimo di mio figlio si avvicinava. Ricordo che rileggendo proprio questo passaggio del Rito, presi una decisione: nonostante la forte repulsione che provavo verso tutto ciò che riguardava la Chiesa, mio figlio avrebbe ricevuto il battesimo. La storia della mia salvezza, non era la storia della salvezza di Nicola. Nicola era altro da me. Sentivo, come genitore, di offrire a mio figlio un tesoro tremendamente prezioso e fragile da custodire. E presi la decisione. Fin dai primi giorni cominciai a ripetergli nell’orecchio le preghiere semplici dei bambini; a tre anni a leggergli la sera la Bibbia dei piccoli, a insegnargli, cioè l’ABC della fede. Oggi so che il battesimo di mio figlio mi ha salvata, da lì è cominciata la mia risalita. I primi anni della storia della salvezza di mio figlio hanno coinciso con gli anni della mia fede adulta.

Mi sono subito accorta di una cosa: il vuoto non esiste nel percorso umano e spirituale di una persona. Quello spazio che lascio libero in mio figlio, pensando che rimarrà tale a lungo, fino a quando cioè sceglierà lui stesso di riempirlo, in realtà sarà riempito da altri, da altro e molto presto, fin dalla primissima infanzia.  L’uomo – perché incarnato in uno spazio e in un tempo- sente infatti il bisogno a qualsiasi età di riempire quello spazio e quel tempo. Sembra tuttavia difficile capire quale sia quel kairòs, quel momento opportuno, quel tempo favorevole per parlare di Dio ai nostri figli. Io, però, punto su questa certezza: la memoria della primissima infanzia lascia un segno indelebile nella persona e nelle sue scelte future. Innanzitutto, come per ogni cosa del bambino (pappa, gioco, nanna), i piccoli hanno necessità di un ritmo che si accordi a misura del loro mondo: è fondamentale quindi l’abitudine come la ripetizione. A volte ci sembra assurdo e per noi sfiancante ripetere ogni sera, allo stesso modo, sempre la stessa favola. Mia figlia Anna, quando era piccola, voleva che leggessi per lei la favola di Cenerentola a ripetizione, sempre con le stesse parole: guai a saltarne una. Così nel nutrimento della loro anima: il tempo dell’evangelizzazione ha un suo ritmo, una sua ripetizione. Sempre Anna, per quasi un anno, ha voluto, prima della buona notte, che leggessi solo per lei la parabola della pecorella smarrita (formato infanzia); non c’era sera che non la ascoltasse. E quando alla fine della storia leggevo che il pastore ritornava a casa “pieno, pieno di gioia” lei si apriva a un sorriso per me indimenticabile. Mi commuove ancora oggi pensare cosa rappresentasse per la sua anima sentire il conforto di quella Parola. Il Signore semina già in ciascuno di noi, fin dalla primissima infanzia, una Parola, e quella sola, che porterà a compimento nell’arco della sua esistenza. Oggi, e posso dirlo con certezza, sperimento le gioie più grandi della mia maternità quando il Signore mi permette di scorgere oltre il velo dell’intimità tra Lui e i miei figli.  E di questo privilegio sono madre gelosa, cioè custode di quegli attimi. Non ho mai considerato mio compito esclusivo dare il biberon, cambiare pannolini, o addormentare i miei figli. Ma credo che Dio abbia messo nel cuore di una madre quel diapason che, solo, può accordare il figlio al dialogo con il suo Creatore.  Quel “sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore[3] appartiene a  tutte le madri cristiane. Poche preghiere, quindi, ma costanti. La preghiera ai pasti, le preghiere della sera, la Messa domenicale. Il resto viene, si aggiunge, ma non deve mai eccedere. I bambini devono vivere la fede al ritmo del loro respiro: un respiro largo, libero, piacevole, come una corsa nel prato, un gelato, un girotondo con l’amica del cuore.

Anche lo spazio è importante nel parlare di Dio ai propri figli, uno spazio che si fa cassa di risonanza dell’annuncio in famiglia. Gli spazi scelti sono in genere quelli in cui i bambini si sentono a loro agio: il letto, la sera, resta il contenitore per eccellenza di tutte le confidenze, anche quelle su Dio, il paradiso, la morte, gli angeli. Mi piace vedere come i miei bambini nella loro diversità, abbiano adottato una immagine o un oggetto sacro piuttosto che un altro: l’Angelo custode, una Madonnina, un rosario arrotolato alla sbarra del letto, un’immaginetta nella fodera del cuscino, il libricino della pecorella smarrita sul comodino sono il loro modo di relazionarsi a quelle cose invisibili, che professiamo nel Credo. Anche la tavola ha la sua importanza: ricordo proprio il Giovedì Santo di qualche anno fa, la cura con cui i bambini hanno voluto apparecchiare la cena in famiglia, con i simboli dell’ultima cena: candele, scodelle di coccio come ai tempi di Gesù, una tovaglia guatemalteca a trama grossa, come avevano visto in un film. Oggi si è persa l’usanza di segnarsi col segno della Croce, passando davanti a una chiesa, accendere una candela all’altare di un santo, bagnarsi con l’acqua benedetta. Trovo invece che lo spazio, inteso come ricettacolo di tutti i nostri sensi, debba essere stimolato a percepire l’Altro. E allora mia figlia più piccola, che continua a riempire con l’acqua di rubinetto la bottiglietta di plastica a forma di Madonnina, ricevuta a Lourdes, convinta che sia l’acqua di Maria, è la dimostrazione del suo Credo che non può ancora verbalizzare. Spesso i genitori non portano i loro figli in chiesa da piccoli, perché non capiscono e disturbano. Devo dire che quell’ora di celebrazione, resta per noi genitori, una maratona faticosissima. Ma ha un suo perché. La chiesa, col tempo, deve diventare lo spazio privilegiato dell’incontro con Cristo e già da piccoli bisogna entrare in confidenza con esso. Io ricordo con grande nostalgia l’odore della casa dei miei nonni, e quell’odore mi rimanda ancor oggi a quell’amore che loro avevano per me. Così l’odore in chiesa: il profumo di cera, incenso, legno, fiori deve portarti al “buon odore di Cristo[4]. La memoria olfattiva è quella più tenace. Anche e soprattutto in amore.

Perché evangelizzare, dove e quando farlo, d’accordo. Ma quali sono i contenuti che realmente sono adatti ai bambini? Tutti. L’annuncio va dato tutto, nella sua realtà storica, da Betlemme al Golgota, da Nazareth alla tomba vuota, dal lago di Tiberiade ad Emmaus: non c’è nulla che la semplicità di un bambino non possa cogliere e comprendere. In  questi  diciassette anni da che sono madre, posso cantare il mio personale magnificat: quell’elogio della piccolezza di cui parla Gesù  quando esulta: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.[5]  Non c’è giorno in cui non mi stupisco di loro e del Dio nascosto e incarnato nelle piccole e semplici vicende dei miei figli. Tuttavia ci sono giorni in cui la fatica della ferialità mi sovrasta e davvero sento di non poter dare di più. Eppure basta che quel giorno Lucia o Teresa mi chiedano qualcosa a proposito di Gesù, di Dio, che sento un’energia zampillarmi dentro. Allora mi stringo nel loro letto e comincio a conversare con loro. L’annuncio va dato tutto, ma con un linguaggio adatto a loro. Per questo non ci sono vincoli alla mia e alla loro fantasia. La creatività impera. Così nascono quelle preghiere, quell’aneddotica spirituale che contraddistingue una famiglia da un’altra: ciascuna ha le sue. Il peso delle preghiere recitate ad alta voce è sempre dietro l’angolo. Ho riscoperto, da madre, la potenza della giaculatoria: così a Nicola piccolo spiegai che quel tipo di preghiera ha un significato profondo pur nella sua brevità, perché deriva da jaculum, freccia. Frecce scoccate in cielo, una dopo l’altra, come da rapido arciere che miri un celeste bersaglio. Ha cominciato così Nicola all’età di 4 anni, appassionato di Robin Hood, a ripetere il suo Mater mea, Fiducia mea, con le mani tese nello sforzo di lanciare una freccia invisibile dal suo letto e con questa giaculatoria bucare le nuvole. Tra le preghiere della sera in casa nostra, una è molto cara ai miei figli e non solo per la brevità. Qualche anno fa ritrovai tra le mani una preghiera scritta da una vecchietta, mia vicina di casa quando ero piccola; ad un certo punto di questa sua preghiera diceva: “Gesù, conservami un posticino in Paradiso!” Quella sera raccontai la storia della signorina Rina ai bimbi e lessi loro la preghiera. Cominciammo a parlare del paradiso a lungo e di tutti coloro che ci avevano preceduto. Da quella sera i miei bimbi attendono l’accenno del mio “Gesù” per completare convinti: “conservaci un posticino in paradiso!” A tavola un giorno nacque così per gioco sulla bocca dei nostri figli una domanda che, oggi, è diventata parte integrante della nostra benedizione di inizio pasto: “E tu per chi preghi?” A turno diciamo la nostra intenzione; gli stessi ospiti non sono affatto esentati dal dire la loro: gli occhietti indagatori dei miei bimbi li fissano a lungo finché si trovano a dover esplicitare con semplicità la richiesta a Dio. Solo dopo si può mangiare. E a volte capita che Teresina, non abbia solo una persona, ma un esercito per cui pregare e allora… i piatti si freddano!

È scontato pensare che, se i genitori evangelizzano i propri figli, siano poi i primi testimoni di quanto raccontano. Tuttavia in questo risiede per me la sfida più difficile. Non è che i genitori non credenti crescono i figli in modo diverso: i valori umani che passano sono gli stessi, ma è l’obiettivo dei genitori cristiani che cambia. Per il genitore cristiano tutto tende a Dio. Gli stessi anni dell’infanzia, allora, i fatti, le parole, gli incontri dei nostri figli, tutto diventa parabola per l’incontro con Dio. Valga un esempio tra tanti. Tutti i pedagogisti mettono in guardia noi genitori dal non fare promesse che non possiamo mantenere: il bambino, infatti, ricorda tutto e -se non manteniamo la parola data- considererà la nostra mancanza un vero e proprio tradimento, perderà fiducia nei nostri confronti e non crederà più in noi. E fin qui il tutto, giustissimo, si ferma sul piano dell’umano. Ma un genitore cristiano ha una responsabilità in più nel mantenere una promessa. Lui sa che la Storia della Salvezza si basa su una promessa, la promessa fatta da Dio al popolo di Israele. “Ma il buio dell’ignoto -dove Abramo deve andare- è rischiarato dalla luce di una promessa.[6] Quando, dunque, un genitore fa una promessa e la mantiene, rassicura il figlio nel suo atto di fede. E l’anima del bambino sente che -come l’attesa del compimento della promessa fatta da mamma o papà si è avverata- così accadrà con le promesse fatte da Dio nella sua vita. Nella promessa che faccio io genitore, oggi, passa la stessa credibilità di Dio domani. Non so se ci sarò a vedere i miei figli cogliere i frutti di questa evangelizzazione materna. D’altra parte i miei più grandi, una volta ricevuta la Prima Comunione, hanno scelto di allontanarsi dalla Chiesa. E a loro va tutto il mio rispetto. Ciò che vedo ora sono le piccole gemme, quei germogli che portano scritta la firma di Dio: come quando mia figlia Lucia a 16 mesi, quando noi dicevamo ad alta voce “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” sorrideva e gridava AMENNNN. Mi piace concludere con una frase che sant’Agostino rivolgeva a quel popolo che Dio gli aveva affidato: “Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano”[7]. Anch’io posso dire questo oggi ai miei figli: con voi sono cristiana, per voi sono madre. E una madre felice.


[1] Près de la Source, Automne 2014 n.111

[2] Rito del Battesimo, Rituale Romano, art.38

[3] Lc 2,51

[4] 2Cor 2,15

[5] Mt 11, 25-30

[6] BENEDETTO XVI, Udienza Generale del 23 gennaio 2013

[7] Sant’Agostino, Discorsi 340

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