LA CONDANNA

da Memorie di un apostolo

 

“E di lui che farò?”

Guardai Gesù isolato dal resto del mondo e pure in balìa dello stesso. Rabbrividii e staccai il mio sguardo dal suo, fissandolo su quel quadrato di marmo, in cui era stato confinato, striato di rosa e violetto. Un tramonto allora scalzò la cruda realtà e mi ritrovai lontano, fuori dalle mura di Gerusalemme, in aperta campagna.

In quei minuti in cui il sole, lentamente, si nascondeva dietro le colline della Giudea, Gesù era solito chiamarmi accanto. Spesso gli altri del gruppo erano nei villaggi vicino a cercare un tetto o, almeno, qualcosa da mangiare. Allora si era proprio soli. Lui ed io. Stanco di camminare mi sedevo. Anche Gesù si sedeva: guardava i piedi impolverati, i miei e i suoi, e le formiche che si slanciavano decise in un’ardita scalata fin sulle nostre caviglie. Poi Gesù alzava lo sguardo e si tuffava tutto nel cielo arrossato degli ultimi raggi. E lì, steso il silenzio, quel giorno accadde. Gesù cominciò a cantare: una voce calda e profonda. Dapprima in sordina, poi a mano a mano che il sole precipitava, sempre più forte, con quelle pause sospese tra presente e passato. Il suo passato di bambino. Era il canto che gli aveva insegnato sua Madre. Un canto di riconoscenza che lei, giovane ragazza in attesa, aveva improvvisato, stupita, davanti a sua cugina: “L’anima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore.” Aveva voluto che il figlio lo imparasse a memoria, così come le era sbocciato dal grembo rigonfio e salito alle labbra: nota per nota, promessa dopo promessa. E Gesù l’aveva imparato. Quel canto gli era entrato nel cuore e lì era rimasto, in quella zona segreta in cui era custodito il ricordo del dolce sorriso di sua Madre.

Ora quel canto aveva investito anche me. Sentivo i suoi versi martellarmi le tempie: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili.” Davanti ai miei occhi, nessun trono sembrava vacillare o destinato a cadere, mentre di lì a poche ore sarebbe successo: l’umile sarebbe stato innalzato, ma su una croce di legno. Il cuore cominciò a battermi più forte, il sangue a scorrermi più velocemente.

“Crocifiggilo.”

Quel grido esplose come un tuono. Sibilò come una freccia che fende l’aria, satura di attesa, e la trapassò tutta. Fu il grido di uno solo, un solo uomo; poi di due, tre, sparsi tra la folla.

“Crocifiggilo.”

La parola veniva rimandata da un capo all’altro della piazza: ciascuno la raccoglieva e la rilanciava laddove l’altro l’aveva lasciata. A più riprese, ma senza forza. Le voci si intrecciarono e la parola cominciò a spezzarsi, frantumandosi nella sua intensità. Qualcuno deve essersene accorto, perché subito, con altri, guizzò tra la folla come un lampo. Anche Pilato comprese l’instabilità del momento e tentò per l’ultima volta: “Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte.” Troppo tardi. Il grido si ricompose, questa volta dentro un ritmo sempre più ordinato, cadenzato, solenne.

“Crocifiggilo. Crocifiggilo.”

La voce era di nuovo tornata una, intera, tonante. Era sì la voce di uno solo, ma di un solo popolo. Un popolo intero che gridava la sua condanna. Credo di aver gridato anch’io, ma non ricordo cosa Ricordo soltanto che non riuscivo a trovare una parola che potesse alzarsi sulla folla a troncare la menzogna. Anche la mia mente doveva essere intorpidita. Dall’istante in cui la Verità era stata tradita, nessuno più poteva riconoscerla e difenderla. Era davvero l’impero delle tenebre. Nella mia impotenza mi voltai a cercare aiuto. Pietro. Dov’era Pietro in quel momento? Tentai di riconoscerlo tra la folla che mi stringeva. Non ci riuscii. Ripercorsi con la mente gli ultimi istanti passati insieme dopo l’arresto.

Ero riuscito a entrare nella casa di Caifa. Il sommo sacerdote mi conosceva. Avevo preso Pietro sottobraccio e lo avevo spinto con me. Lui era intirizzito di freddo e paura, e mi stringeva. Sentivo attraverso la stretta le sue dita gelate. Stavamo attraversando il cortile, pronti a sgattaiolare nella casa per seguire Gesù da vicino, quando Pietro si ferma, rigido, vicino al fuoco. Non c’è tempo per una spiegazione: l’ultimo scriba sta varcando la soglia. Una corsa e sono dentro anch’io.

Forse Pietro è rimasto lì, attorno a quel falò acceso, per tutta la notte. O forse no. All’uscita -era l’alba- l’ho visto avviarsi dalla parte opposta. Mi ha sfiorato senza riconoscermi, gli occhi arrossati di pianto, un singhiozzo nel petto. Ma perché piangeva? Come faceva a sapere che il gran Sinedrio aveva condannato il Maestro? Mi voltai allora verso Gesù e vidi il suo sguardo posarsi sul capo di Pietro e seguirlo, mentre si allontanava.

Anche un altro stava andando via, il passo sempre più svelto, gli occhi iniettati di sangue, il respiro strozzato. Correva, correva all’impazzata. Ad un tratto non riuscii più a distinguerlo, immerso com’era nel buio di un orizzonte ancora in debito con la notte. Sentivo che un giorno io e Pietro ci saremmo rivisti e riabbracciati di nuovo. Ma in quel momento ebbi la certezza, dentro di me, che l’altro no, non l’avrei più rivisto. E anche a me gli occhi si riempirono di lacrime. Cercai di ricacciarle dentro e lo sforzo mi restituì al presente.

Attraverso quella nebbia traslucida vidi Pilato far cenno ad uno dei suoi. Subito un soldato giunse portando un catino. Pilato vi immerse le mani per qualche secondo. Il contatto con l’acqua parve trasmettere forza alla sua decisione e disse: “Non sono responsabile di questo sangue innocente, vedetevela voi.” E sollevate le mani grondanti, le mostrò alla folla e ai sommi sacerdoti. Per la violenza con cui quelle mani si erano levate a proclamare la loro innocenza, il pavimento ai suoi piedi si inzuppò tutto, mentre alcune gocce raggiunsero Gesù e si fusero ai rigagnoli di sangue, che dal suo corpo scivolavano a terra, in una rossa pozzanghera.

 

 

Gemma Faggioli

Like
Like Love Haha Wow Sad Angry
15

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.