Innocenti manie

Piantina catastale 01Deve essere nato tutto a 12 anni, quando, avvicinandosi la data dello sfratto, con mia madre cominciai a girare la città per comprare finalmente una casa tutta nostra, a Roma. Facevamo tappa tappa i vari quartieri, dal centro alla periferia, selezionando poi quegli appartamenti che avrebbe visto anche papà, nei fine settimana. Giravamo agenzie, case, prendevamo piantine e con calma cercavamo di far quadrare gli spazi. Dovevamo viverci in sei: i miei genitori, noi tre sorelle e mia nonna. Tre camere almeno. Due bagni. E balconi, soprattutto.

Erano lontani i tempi in cui i miei nonni paterni comprarono casa a Napoli, quella in via San Giacomo de’ Capri, per intenderci. Finita la guerra non era facile acquistare un appartamento con più stanze. Molti napoletani abitavano nei bassi, dove due vani riuscivano ad ospitare una lunga genealogia di persone. Non al Vomero però. Nonna entrò nell’ingresso e, ferma all’inizio del lungo corridoio, contò le porte: sette in tutto.  “Ci siamo”, pensò. E comprarono casa.

Noi, invece, continuammo a cercare per due anni. Mamma, docente di tecnologia, mi insegnò cos’era un muro portante, una parete in cartongesso. La guardavo ammirata quando, con squadra e righello, creava bagni dagli sgabuzzini, abbatteva muri e cercava soluzioni per allargare le cucine. Ma una volta comprata casa, iniziai a sentirmi in crisi d’astinenza. Dopo il periodo dei lavori, in cui scegliemmo mattonelle e parati, lavelli e sanitari, non riuscii ad abbandonare quello che per me era diventata una mania! Allora cominciai ad accompagnare mia madre dalle amiche. Mentre lei chiacchierava, io guardavo la casa, o quello che potevo della stessa. Se entravo in confidenza, chiedevo di girarla un po’. A volte ero anche più sfrontata: – per caso quello era un muro portante? Poi la sera, a letto, progettavo la casa dei miei sogni.

Ancora oggi, quando passo vicino a un’agenzia immobiliare, sento un prurito nelle mani e, se non prendo il fascicoletto, sto male. Ormai mio marito si è rassegnato. Quando visitiamo una città, la mia goduria la sera, sdraiata sul letto di un albergo è rilassarmi con una piantina in mano. Anche mio figlio mi prende in giro e, a volte, con le mani dietro la schiena, mi sorprende: “Indovina che ti ho portato?” Così nei momenti di secca- quando non ho voglia di scrivere o leggere- sfoglio il catalogo in cerca di piantine, meglio se catastali! Ognuno ha le sue manie. C’è chi conta le pecore per addormentarsi, io… le stanze!!!

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3 risposte a “Innocenti manie”

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