Febbre di crescenza

Dopo una bella settimana a stretto contatto con le influenze degli alunni che si ostinano a venire a scuola (le assenze sono lecite solo per saltare le interrogazioni) inauguro il mio weekend con la febbre, che dovrà necessariamente sparire lunedì con l’inizio degli scrutini!

In questi momenti mi manca tanto l’atmosfera influenzale dell’infanzia, quella che aleggiava in casa quando ti colpiva ‘a febbre e’ crescenza! Mamma o nonna entravano in camera per cambiare l’aria, mi rifacevano il letto mentre io correvo al bagno, con i brividi e la pelle d’oca, soprattutto quando mi sedevo sulla tavoletta freddissima, a contatto con la pelle bruciante.

Spesso tornavo in punta di piedi e solo allora si accorgevano che ero andata in bagno scalza. Nonna mi intimava: “Presto presto” indicando il letto e io mi ci infilavo svelta, mentre lenzuola fresche si gonfiavano sulla testa per qualche secondo a mo’ di vela, per poi ricadere sulla coperta ben rimboccata.

C’era poi il rito del termometro a mercurio: oggi sono stati banditi. Ma quei cinque minuti erano davvero intimi: mia madre -dopo averlo ben scosso- lo poggiava in un punto esatto sotto l’ascella. Poi si sedeva al bordo del letto e, tenendo immobile il mio braccio con mano ferma -che non si muovesse per carità!- cominciava a raccontare di quando era piccola: del suo gattino Toppy, della gallina di famiglia, innamorata di mia nonna, delle pettenere che urlavano dai bassi di via delle Fiorentine, pronte a spidocchiare le capellere folte delle donne di Chiaia. Oppure cantava. In quei cinque minuti mamma cantava e io mi addormentavo al “Chi asciugava i piatti miei” di Iva Zanicchi- solo da grande ho scoperto che la mamma asciugava i pianti e non i piatti, abituata com’ero a vedere la mia entrare in cucina solo per questo -poiché tutto il resto le era precluso: il cibo era affare di nonna!

In quei giorni di febbre alta -e solo in quei giorni- arrivava puntuale sul vassoio il the caldo con le fette biscottate di Cipriani, il famoso forno di via Carlo Botta. Erano fette spesse e artigianali. Mi divertivo a rosicchiarne prima il perimetro e via via la mangiavo tutta, lasciando per ultima la parte in cui la fetta si incurva, perché- nonostante averla zuppata- restava callosetta.

La televisione non si vedeva. Mai i miei genitori hanno svenduto -nemmeno per le lunghe epidemie- il principio che i cartoni animati andassero visti solo mezz’ora al giorno e rigorosamente di pomeriggio. Che mi annoiassi! Allora giocavo con la scuoletta di legno sistemata sulla mensola sopra al mio letto: su ogni banco c’era un animaletto, cui spiegavo e soprattutto leggevo qualcosa. Leggevo e leggevo, alternando il fianco e rigirando il cuscino man mano che diventava troppo caldo per i miei gusti.

Non amavo stare lontana da scuola, quando ero piccola: e quindi solo queste piccole chicche riuscivano a trattenermi qualche giorno in più a casa. Ci andavo anche con la febbre. All’esame di prima elementare, infatti, mio papà mi portò in braccio, avvolta in una spessa coperta, perché avevo più di 38. Così rabbrividendo, seduta sulla cattedra accanto alla maestra, recitai tutto d’un fiato “Arancina profumata, bentornata!”  Era giugno inoltrato, ma con quella febbre, la poesia sull’arancia ci stava tutta.

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Una risposta a “Febbre di crescenza”

  1. Che memoria! Una vocazione nel sangue fin da piccola quella della scuola! Grazie per averci fatto fare un salto nel tuo passato con questo racconto ben definito!

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