Due anni dietro le sbarre

Fresca di laurea, in attesa del famoso concorsone del 1999, vissi una delle esperienze più formative della mia vita professionale e umana. Fui chiamata ad insegnare nel Carcere di Rebibbia per due anni di seguito.

Nell’articolo che ho scritto in questo blog “Devota a San Gennaro” (ottobre 2017), c’è anche la storia di questa assunzione. Vi andavo tutti i giorni alternando la mattina al pomeriggio a seconda della sezione. Mi erano stati assegnati bracci diversi, anche la casa circondariale femminile. Ma in quello maschile ho trascorso decisamente più ore. Ricordo Stefano – mio collega e supervisore- appena uscita dalla presidenza per firmare l’incarico, mi passò il casco e montai sul suo motorino. Ci facemmo tutta la Tiburtina fino a Rebibbia, su sanpietrini che mi sballottavano la schiena e il cuore, gonfio di apprensione. E quel suo: -Benvenuta a Rebibbia! allargando volutamente il braccio a presentarmi il muro altissimo, mi è impresso nella memoria come in un film.

Il primo giorno trascorro più di venti minuti all’ingresso: sono controllata da cima a fondo. In quelli seguenti andrò più leggera. Non è possibile portare borse, ma come insegnante me la fanno passare, non prima di averla svuotata sul tavolo e controllata ogni giorno: chiavi, cellulari, oggetti preziosi e tutte quelle cose femminili che una donna si porta dietro e che davanti ai poliziotti mi fanno arrossire d’imbarazzo. Rimetto dentro solo il libro di grammatica e qualche quaderno, il resto è chiuso in un armadietto. La prima cosa che mi colpisce quando entro è la serie di cancelli e chiavistelli che si aprono e mi si chiudono dietro. All’inizio sembra non finiscano mai. Quando il rumore dell’ultimo cancello si spegne nell’eco, ho la percezione di essere io stessa chiusa per sempre in un mondo da cui non uscirò più. Sento il desiderio di bere: ho 28 anni, le gambe e le braccia mi tremano sotto i jeans e la camicetta abbottonata fino al collo. Mi precede la guardia e salgo lentamente le scale impregnate di sporco con le pareti grigie macchiate. Non dimenticherò finché campo l’odore del carcere. Mi penetra il primo giorno con un’asprezza violenta, cui mi abituo pian piano, ma che non riuscirò mai a metabolizzare. Al termine della salita, l’ampio slargo a forma di stella da cui partono i bracci. Sono sette e disposti su tre piani.  Vengo assegnata al G8, G9 e 41 bis. I primi due sono i bracci dei detenuti in attesa di giudizio. Ho impiegato giorni ad andarci da sola. All’inizio mi perdevo e mi accompagnavano sempre. Poi ce l’ho fatta: una guardia ad un cancello, una ad un altro e io percorrevo il tratto da sola. Ogni giorno arrivo puntuale alle 8.30 del mattino, ma con tutti i controlli, i cancelli da aprire e chiudere -ne conto otto e le guardie spesso devo chiamarle- i corridoi da percorrere, sono in classe dopo venti minuti. I detenuti a quell’ora non ci sono mai. In quegli anni -non so adesso- molti agenti utilizzano il loro potere per bloccarli in cella con una scusa qualunque: molti di loro non credono nel recupero, soprattutto attraverso lo studio e la cultura, di questo scarto dell’umanità.  Perciò, superato un certo orario, scatta il blocco delle celle. Se non escono entro le nove non possono più. Nella classe ho più di venti alunni: sfoglio il mio diario di quei giorni, spesso si presentano in tre o quattro e mi raccontano che non hanno aperto le altre celle. Quando arrivo prima delle nove i detenuti- gli altri- sono fuori sul corridoio perché hanno la possibilità di passeggiare dalle 8.30 alle 11.00. Sono subito presa di mira da diversi di loro, squadrata e sezionata in tutte le parti, occhiolini, risatine, ammiccamenti e proposte varie. Questo mi imbarazza tantissimo, e il mio vestiario si fa sempre più monacale, rigorosamente senza trucco. Le colleghe più navigate, invece, portano con disinvoltura vestiti eleganti, rossetti accesi, lo smalto, senza mai strafare. Forse -lo capisco più avanti e cambierò anch’io il mio look l’anno successivo- noi docenti possiamo essere portatrici di bellezza, una bellezza pulita. “Non ci vuole niente a distruggere la bellezza– recita Luigi Lo Cascio nei panni di Peppino Impastato nei Cento Passi- bisognerebbe ricordare alla gente che cos’è la bellezza, aiutarla a riconoscerla e difenderla. È importante, da quella scende giù tutto il resto.”. Per il momento comunque porto sempre i pantaloni. I miei studenti, quale che sia il braccio, mi rispetteranno sempre e tanto, con o senza trucco.

Insegno in quei due anni con le nuvole di fumo di sigaretta che impregnano l’aula. All’inizio chiedo di smettere: – È incinta Professorè? No, rispondo. – E allora? A noi ci è rimasto solo quello, non ce lo chieda, anzi ne vuole una? Non lo chiederò più. Sono assetati di storie soprattutto la mia, che trovo molto banale, ma che per loro è piacevolissima da ascoltare. Io invece voglio le loro di storie. Ho conservato molti temi che mi hanno consegnato: la maggior parte sono lettere struggenti ai figli, alla moglie. Io mi siedo accanto, perché molti non sono proprio in grado di mettere su carta i loro pensieri e allora a bassa voce me li raccontano e li aiuto a costruire il pensiero. Alcune lettere sono così belle che le faccio ricopiare con calma su carta preziosa perché le consegnino alla famiglia; e quelle ovviamente non le ho.

Nel G9 ho una classe a parte, dove sono iscritti solo 5 studenti: è una sezione precauzionale nella quale ci sono i detenuti che restano isolati per aver commesso reati sessuali o per essere appartenenti alle forze dell’ordine. Sono chiamati gli Infami. Insegno anche a loro. Ma in questo caso, in questa unica sezione solamente, vivo quelle ore con un senso di paura primitiva, che non faccio loro trapelare, ma che aumenta ogni volta che la guardia fuori l’aula se ne va e mi lascia completamente sola in quel corridoio. Non l’ho mai richiamata, e non la voglio comunque richiamare al suo dovere di sorveglianza loro e della mia persona. Ma è una paura percepita ogni giorno che gli studenti fanno il loro ingresso. Insegno guardando sempre negli occhi ed esco con un senso di nausea: molti di quei reati sessuali sono stati perpetrati su minori. Un giorno uno di loro mi si avvicina facendo sfoggio dei suoi pettorali -è comune tra gli sport in carcere allenarsi con i pesi. Faccio finta di nulla con i brividi addosso e comincio la lezione; per mesi quel ragazzo, devastato dentro dalla guerra nei Balcani, viene sempre più scoperto sul dorso, anche in inverno. E in questo unico caso, benedico i giorni in cui la guardia non apre la sua cella.

L’altro reparto in cui insegno, è quello cui ho lasciato il cuore. È la sezione del carcere duro, noto come 41bis con detenuti in situazione d’isolamento e tutti noi sappiamo perché. Mi assegnano più ore in questo reparto. Ogni giorno, man mano che gli studenti arrivano in classe, molti di loro si avvicinano e mi salutano con il baciamano e il loro forte accento meridionale: -Bacio le mani professoressa. Come andiamo? Altri sono più audaci. Sanno che sono napoletana e il secondo giorno un detenuto siciliano mi offre il caffè: -Professoressa, assaggi, l’ho fatto con le mani mie nella cella, non è come a Napoli, ma col cuore lo feci. Cerco di rifiutare: -Grazie ne ho già presi tanti prima di entrare. -Ma non avete assaggiato il mio- incalza con il suo accento palermitano- su professoressa, non può rifiutare, mi dica com’è. Non rifiuto. Mando giù quel caffè terrorizzata, vedendomi la notte stessa in preda a dolori intestinali e virus di ogni sorta. Ma non accade nulla. Alla sua richiesta ho rispondo con un sorriso: -Molto buono grazie! Il giorno dopo arrivano due caffè. La settimana successiva sulla cattedra ce ne sono dieci. Allora fanno una sorta di calendario non scritto: ogni giorno uno di loro me ne porta uno nel bicchierino di plastica con una gioia da bambino in attesa del mio sorriso di gratitudine. Li ho sempre bevuti tutti e non mi sono mai ammalata. Il giorno dopo il primo caffè leggo il monologo che Eduardo De Filippo recita in Questi fantasmi, quello in cui spiega come fare il vero caffè. Ascoltano in silenzio fumando lentamente la sigaretta e se lo fanno ripetere due volte. Poi détto la parte che è loro piaciuta di più e la trascrivo a mano per coloro che ancora non sanno scrivere. L’impareranno a memoria. Quello stesso giorno decido il mio programma: oltre la grammatica, avrei insegnato a leggere il giornale che quotidianamente ricevono in cella e impareranno a memoria le poesie in dialetto che gli procurerò, a seconda della regione di provenienza. Alcune non le conosco neanch’io e passo ore in biblioteca a cercarle: -Posso solo insegnarvi quello che so-dico-ma per quello che non so, mi informo: è un vostro diritto! È stata questa una scelta vincente: tutti parlano solo dialetto e studiare insieme all’italiano la loro lingua madre porta un radicale cambiamento nel clima di quell’anno. Mai nessuno del 41bis si è assentato in quei 200 giorni. Mai una guardia è riuscita a tenerli chiusi in cella.

Le assenze più frequenti in genere nel G8 e G9 sono legate ai colloqui con i familiari o con l’avvocato. A fine anno noi docenti organizziamo una festa, strappata al direttore per poter far incontrare le famiglie con i detenuti: una mattinata fantastica nel piazzale antistante la Chiesa del Padre Nostro. Inutile dire che la mia innocente crostata viene completamente disintegrata dalle dita degli agenti all’ingresso e come la mia i dolci degli altri. Pazienza. In tanti fanno le foto ricordo: in tutte porto un foulard con cui mi avvolgo la testa e il collo e grandi occhiali scuri: è un consiglio della collega di matematica perché- dice- un domani sarebbe difficile spiegare la nostra presenza accanto ad alcuni di loro e potrebbero nascere equivoci.  Mi commuovono i figli e le mogli, che avvicinandosi vogliono sapere se il loro papà o marito studia. Anni dopo in una scuola media, un ragazzo mi fece ripetere due volte il mio nome e cognome. Il giorno dopo mi si avvicinò: -Prof possiamo uscire un momento? devo dirle una cosa segreta. Uscimmo in corridoio: -Prof la saluta mio padre! Ricorda? Ha preso la terza media con lei. Sì, sta bene e la pensa tanto, non l’ha mai dimenticata. Mi ha anche detto che se non studio bene come ha studiato lui, prof, mi spezza le gambe!

In un ambiente in cui i favori sono all’ordine del giorno, alcuni hanno cercato spesso di chiedermeli. Un messaggio alla moglie, una telefonata: -Che le costa Professorè? Non lo saprà mai nessuno. Non ho mai acconsentito. In questo ho sentito sempre la protezione di Paolo Borsellino, che da anni ho adottato come mio secondo padre e che mi ha guidato molto in questa esperienza. Nonostante i miei rifiuti, in molti volevano regalarmi qualcosa. Quando arrivai arrabbiatissima un giorno che mi avevano rubato la borsa sulla metro, un anziano si avvicinò e mi diede in mano un biglietto: -Vada a nome mio. Scelga la borsa più bella che vuole. Al mio compleanno arrivò un altro indirizzo: -Prenda la pelliccia che più le piace. Ho sempre rifiutato ringraziando con il mio più bel sorriso e loro non hanno mai insistito. Solo una volta ho girato la testa a quella che oggi potremmo definire una life skill, una competenza, un’abilità personale di cui loro sono egregiamente maestri. È il giorno dell’esame scritto di terza media. Le buste sono arrivate sigillate e stanno in uno stanzino chiuso a chiave dagli agenti di custodia, sullo stesso corridoio dell’aula. Vado con la guardia ad aprirlo, ma la guardia non trova la chiave. Andiamo al gabbiotto: sparita. Una rabbia impotente mi sale dentro e vorrei esplodere. Questi uomini non possono fare l’esame, saranno bocciati. Chiedo a tutte le guardie. Niente. Vado a passo spedito in classe e racconto tutto: -Ragazzi non so che fare. Mi dispiace tantissimo. Tra i detenuti si fa il silenzio. Poi uno si alza, con la sigaretta che gli pende tra le labbra e mi chiede: -Professorè, potrei vedere la porta dello sgabuzzino? Si alzano in cinque e mi scortano, loro, nel corridoio. -Professorè l’esame lo facciamo, ci pensiamo noi, lei si volti e non guardi: non vogliamo che passi un guaio per colpa nostra. Io obbedisco e mi giro angosciata per controllare la guardia fuori dal braccio che chiacchiera con un suo collega. Il tempo di un minuto e la porta è aperta. -Professorè ha visto qualcosa? Veramente no. -E allora forza, prenda le buste e cominciamo. Feci promuovere tutti. Le guardie quel giorno dello scritto e tutti i giorni successivi mi aprirono i cancelli senza salutarmi. Un solo detenuto quel giorno non si presentò. Era ricoverato in infermeria: niente esame per lui, avrebbe ripetuto l’anno. Mi impuntai e riuscimmo a fargli fare l’esame scortato fuori dal carcere nella scuola centrale. Si chiamava Mimmo: era il padre di quel ragazzino che mi confidò il segreto anni dopo.

Non sono stata, in quegli anni, una insegnante bravissima, ho fatto i miei sbagli, ero solo all’inizio; ho imparato più di quanto io abbia dato. Ho atteso la chiamata per il terzo anno con apprensione. -Ti faccio sapere io, chiudeva spiccio ogni volta Stefano. L’estate l’avevo trascorsa a studiare percorsi didattici alternativi solo per loro. Ho rifiutato per due mesi altre supplenze annuali che fioccavano -mia madre infuriata. Ma quella chiamata non è più arrivata. Col tempo ho saputo il perché: in quei due anni a Rebibbia ero diventata una presenza scomoda per quei colleghi -non tutti ovviamente- che infastidivo con la mia puntualità, loro che non si facevano scrupolo di arrivare alle nove, tanto prima di quell’ora i detenuti non arrivavano. Ero scomoda anche perché non facevo il classico programma di italiano: ho sempre spiegato ai miei alunni che per comunicare con gli altri occorre una lingua comune, con le sue leggi precise cosicché a quella parola corrisponda sempre lo stesso significato. Così ho insegnato le leggi grammaticali, puntando appunto su quel codice per parlare di leggi e di costituzione. Con leggerezza come mi ha insegnato Calvino. Sono stata soprattutto scomoda per le riunioni di consiglio, fatte in fretta nella classe di un braccio: si chiacchierava di tutto e di più tranne che di loro, i nostri alunni. Ho cominciato a far domande, a richiedere più rigore, a stendere un progetto comune.  Allora chi aveva più potere lì dentro mi ha fatto fuori. Oggi sono contenta di insegnare ai miei piccoli adolescenti. Dietro le loro storie, spesso pesanti per le loro gracili spalle, sussulto spesso al ricordo dei volti che ho lasciato dietro le sbarre. Allora presa da una tenerezza indicibile, prendo un libro, lo apro e comincio a leggere la vita di tutti noi e a far sentire loro –come diceva Paolo Borsellino-  la bellezza del fresco profumo di libertà, sognando che attraverso le loro scelte future questo stesso profumo arrivi anche a Rebibbia.

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