Dal diario di un’adolescente

(Dedicato a tutte le bambine che come me hanno sofferto di disordini alimentari)


Mia madre ha sempre vestito taglia 42 da che mi ricordo, nonostante le tre gravidanze. A partire dalla mia prima media decise che ero troppo in sovrappeso e cominciò a mettermi a dieta.

Ho riletto, sul mio diario di quegli anni, le vere misure: il 21 ottobre del 1984 (avevo 12 anni) ero alta 1.53 cm e pesavo 47 chili. Secondo mia madre ero grassa. Qualche mese dopo, il 13 gennaio 1985 scrivo: “Sto dimagrendo, sono già scesa di poco più di un chilo. Se arrivo a 43 chili, mamy mi ha promesso che mi compra i Levi’s 501.” Quei jeans non li ho mai avuti. A fare oggi il calcolo del BMI, i 43 chili cui vorrebbe farmi arrivare mamma –in piena età dello sviluppo- rientrerebbero nel sottopeso, mentre i miei 47 chili nel normopeso. Per farmi dimagrire, senza consultare medico alcuno, comincia a sottopormi a quella che per anni è stata la mia più atroce tortura: la dieta. Mia madre leggeva riviste varie e mi sottoponeva alle diete del momento: certe volte le cambiava in corso, quando ne trovava una che le sembrava più efficace o le modificava lei stessa. Credevo ciecamente in lei e nella sua intelligenza e cominciai anch’io a vedermi con gli occhi di mia madre, ovvero grassa. Sono gli anni in cui inizio a soffrire di mal di testa frequenti e invalidanti: la luce, il minimo rumore mi impediscono le semplici operazioni quotidiane. Nessun medico sa di queste diete: mia madre tace e mi porta da tutti i migliori specialisti per capire la causa di queste emicranie (ricordo a tredici anni una settimana intensiva tra prelievi, elettroencefalogramma, tac). Non risulterà mai nulla. Tuttavia lo strazio per me non era solo la dieta in sé, ma ciò che mamma faceva per rendermela appetibile. Soprattutto quando decideva di farla insieme a me, per supportarmi diceva lei, già magrissima. Era molto rigorosa con il suo corpo e mi restituiva ogni mattina i suoi successi sulla bilancia. La invidiavo tanto. Era bellissima e irraggiungibile. C’era poi la legge non scritta per cui mia nonna -che cucinava e faceva le porzioni a tavola- riempiva in modi differente i piatti, a seconda delle indicazioni implicite di mia madre. Per anni ho ricevuto le porzioni più piccole di tutti e sei i componenti della famiglia. Ed ero guardata male se chiedevo il bis. Un altro martirio che ricordo erano i dolci serali. Mia nonna, spesso, a fine cena, amava viziarci con la “bella cosa”: poteva essere una stecca di cioccolata, del torrone, un dolce. Mio padre allora su un tagliere faceva le parti, in quel caso uguali per tutti (un’equità a casa mia ereditata da chi aveva fatto la guerra!), ma ai miei occhi sempre piccole. Ho questo flash: mia madre che mangia lentamente il pezzo di dolce, sottolineando ad alta voce quanto sia buono. Io per la fame e la voracità l’ho già divorato, prima di tutti. Mamma mi guarda e rivolta a mio padre, che sta per offrire il bis a lei per prima, esclama sorridendo: -No grazie! È davvero troppo. Sono sazia.” E con queste parole, nessuno, men che meno io, si azzarda a chiedere il bis.
Le diete peggiorano e si faranno estenuanti per tutti gli anni dell’adolescenza. Ricordo l’estate dei miei 14 anni. È luglio. Mia madre mi ha fatto cominciare la Slim-fast. Scrivo sul mio diario: “Il sapore non è cattivo, ma questo penso sia solo una illusione, riuscirò a dirlo meglio fra dieci giorni, quando finirò finalmente questa dieta.” Durante uno di questi giorni, mamma prepara un dolce con crema e cioccolato per un ospite religioso importante. Sono obbligata a restare in salotto a fare conversazione, guardandoli mangiare: “Stavo per morire -scrivo- così alla prima occasione sono corsa in camera a leggermi un libro e ad abbuffarmi di parole”. Quella sera stessa, mia madre deve essersi accorta di avermi sottoposto all’ennesima tortura di quel dolce negato, così al bibitone dello Slim-fast mi aggiunge una minuscola pesca, grossa poco più di un’albicocca. Dopo i primi tre giorni di quella dieta peso un chilo e mezzo di meno (un record battuto solo dalla dieta a latte e banana cui mi aveva sottoposto a 11 anni). Ora peso 50 kg. È quella l’estate in cui mia madre –nonostante sia stata promossa in V ginnasio con la media del sette- mi fa frequentare ripetizioni di inglese, greco, latino e matematica per “rafforzarmi”: con il trasloco sulla Circonvallazione Ostiense a settembre frequenterò una nuova scuola, il Socrate, e il 7 non è il massimo1. Due mesi di ripetizioni e dieta ferrea. Non ho altro nel mio panorama estivo di quattordicenne. Il 15 luglio registro sul diario lapidaria: “Anche oggi sono stata a ripetizioni. Anche oggi ho studiato. Anche oggi non ho mangiato. Incomincio a stancarmi e la testa mi scoppia.” E allora mi riprometto che, dopo questa ennesima dieta, dirò a mia madre BASTA! Non voglio farne più, neanche morta. Così mentre i miei genitori vanno al rimessaggio per sistemare il camper in vista della partenza, mi butto a friggere patatine fritte e abbuffarmi di dolci. La mia sarà una notte insonne con dolori allo stomaco fortissimi. Il giorno dopo partiamo per il campeggio di Sarteano in Toscana. Può essere un’estate bellissima questa. Al campeggio ci sono gli amici di sempre e tre splendide mie coetanee olandesi: Nastassja, Stefy e Karin con cui avrò una corrispondenza per più di un anno in inglese. Uno di questi giorni, mia madre si sveglia e mi racconta un sogno per lei importantissimo: il professore di lettere della nuova scuola (a lei completamente sconosciuto) mi assegna una versione di greco e una di latino per vedere il livello della mia preparazione. Alla prima versione prendo 8 alla seconda 7.5. Di questo sogno mamma è molto soddisfatta e mi spiega che accadrà davvero così se continuo a lavorarci d’estate. La dieta e le versioni proseguono anche al campeggio. Il 3 agosto con i miei genitori partecipiamo ad una escursione nella necropoli etrusca. Scrivo sul
1 Chi ha letto il mio articolo “A proposito di voti” del 18 giugno 2017, sa perché in latino e greco, alla fine del IV ginnasio, ero uscita con il 6.
diario: “Mai più. Già sto male di mio con il mal di testa, poi sono a dieta: non riesco proprio a camminare tutto il giorno sotto il sole. Mia madre si è infuriata tantissimo quando le ho detto che mi sentivo male e volevo tornare indietro.” Qualche giorno dopo mi scoppia la febbre alta. Mio padre cerca un medico, mentre mia madre mi imbottisce di medicine. Quando guarisco, il 10 agosto papà ci porta a Cesena dai suoi parenti e lì posso mangiare tutta la piadina che voglio. La dieta è sospesa, mi concede mamma. Divoro la piadina con quel senso di colpa costante: “Credo di essere nuovamente ingrassata. Ho la vaga impressione che mamma mi troverà un’altra dieta. Ma quale?” Subito il giorno dopo ecco che scrivo: “Alla domanda che mi sono posta ieri sera, mia madre ha trovato subito la risposta. I miei genitori si sono fatti amici una coppia che ha un’erboristeria appena fuori il campeggio. Stamattina mi hanno prescritto una nuova dieta. Speriamo bene.” Torniamo a Roma il 16 agosto e do inizio alla dieta. Così come ricomincio le versioni e l’inglese. Ho una seconda ricaduta con febbriciattola costante: “Questa dieta non mi piace “-scrivo. In questi giorni mamma mi sollecita a riprendere lo studio anche del pianoforte, per non annoiarmi troppo. Per farmi camminare non mi dà i biglietti dell’autobus: così vado a trovare gli amici di via Merulana a piedi, andata e ritorno. Le mie gambe tremano e l’emicrania non mi dà pace. Quando il giorno dopo la mia famiglia va al Luna Park, io sono così distrutta che rinuncio. Mi sfogo sul pianoforte con il Rondò alla Turca di Mozart, ma non mi sento più brava come prima. Il 26 agosto registro sul diario: “Qui termina la dieta che doveva continuare per un’altra settimana. Il fatto è che con questa dieta sono sempre più pallida e debole. La mia pressione è 45/65. Così mamma mi ha dato acqua e zucchero e questa sera sto meglio. In due settimane, secondo mamma, dovevo dimagrire 5 chili e invece in una settimana ho perso solo mezzo chilo. Comunque mamy mi ha promesso che per ora non farò nessun’altra dieta. Sarà vero?” Questa l’estate dei miei quattordici anni. Nell’autunno, entrata nella nuova scuola, cominciai a soffrire di collassi improvvisi, perdita di capelli, febbri continue. Continuai a girare per medici ed esperti e mia madre continuò a tacere sulle diete. Ormai mi percepivo come lei mi vedeva, irrimediabilmente grassa. Cambiai ancora una volta scuola, poiché, nonostante tutto il mio studio e le ore di lezioni private, non riuscivo a spiccicare parola e collezionavo troppi due e quattro. Mia madre non pensò mai che il regime alimentare da lei imposto fosse la causa di questa mia regressione scolastica. Preferì dare la colpa a qualcos’altro. Ho continuato a portare taglia 42 fino all’università, scambiandomi i vestiti con le sorelle e mia madre stessa. Ma ormai ero certa che, sotto al vestito, le mie forme fossero davvero enormi. Così poco alla volta, negli anni, quel convincimento divenne davvero la mia realtà. Fino ad oggi.

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