Bacio le mani, Mescia

Accompagnare una persona nell’ultimo tratto del cammino della sua vita è il regalo più bello che possiamo farle.  Mia suocera si è addormentata per sempre verso le tre e mezza di una fresca mattina salentina all’età di 83 anni. Ero stata con lei fino alla sera prima, tenendole la mano e recitando al posto suo le preghiere desiderate.

E proprio quella sera, quando marzo faceva capolino attraverso i vetri socchiusi della stanza in penombra, mentre la guardavo immobile, sprofondata nel sonno di un Parkinson che non perdona, ragionai che erano passati vent’anni dal nostro primo incontro e la memoria si sfece in quel silenzio.

Provo a toccare con i polpastrelli le sue mani, così gonfie e martoriate di aghi: mai le avevo viste a riposo. Allora torno indietro, sempre più indietro nel tempo. E niente: non ricordo i loro giorni di stanca! Anche quando dalle labbra usciva quell’ Ahi -a metà tra il dolore e quello che ho imparato essere un ritornello gallipolino delle donne di casa- le mani non si piegavano alla resa. Credo sia stato il purgatorio in terra, l’inattività forzata delle sue mani.

E allora gliele prendo e le massaggio- distanziando le dita una a una- come a creare un’attività che non c’è più: il suo cucito, lo stiro, il movimento lento, sotto il palmo, del macinato fresco che fa nascere una “purpetta”, la mano tirata a stendere l’impasto degli scajozzi.

Mentre le parlo a mezza voce, mi vengono incontro i suoi baci e le sue carezze furtive in serbo solo per i nipotini, baci e carezze che viravano subito in un rimprovero, quando si accorgeva d’essere stata colta in flagrante dalla nuora. E rifletto su quanto due donne così profondamente diverse, possano restare unite fino alla fine, da un affetto sincero e mai cercato. Lei così schiva, prepotente matriarca del sud, io così audace, effervescente “forestiera” metropolitana; lei incapace di abbandonarsi al riposo, io amante dell’otium prolifico di sogni.

Ci siamo incomprese fino allo sfinimento, fino alla frecciata pesante, al silenzio logorante. E poi nella maturità della sua senilità e della mia maternità ci siamo entrambe arrese. Non ha perso nessuna, nessuna ha vinto. Ci siamo cercate facendoci a telefono o sul balcone, quella compagnia di antiche comari, per le quali gli anni forzatamente insieme-al di là della sintonia- creano poi quel legame profondo e necessario come l’acqua ad agosto.

Non riuscirò più a mangiare uno spumone senza pensarla e dividerlo comunque a metà, perché a metà ce lo mangiavamo: era troppo per una sola -sosteneva lei; io l’avrei mangiato tutto. Mi sono piegata per anni a questo suo volere, con una punta di stizza per quella imposizione e per non sentirmi dire anche da lei che dovevo dimagrire. Solo negli ultimi anni, nel dividere quel gelato, lei alzava la mano fermandomi il coltello, perché ora potevamo mangiarlo intero. “Solo questo c’è rimasto.” E ce lo gustavamo insieme, in silenzio, godendo sotto il palato della nocciola e del pandispagna zuppato di liquore.

Mi mancherà, e non solo perché la nonna dei miei figli. Un duro proverbio dice che ci spetta la suocera che ci meritiamo. Voglio credere che Mescia Nenuccia mi abbia aiutata a crescere, così come mi auguro che come nuora l’abbia aiutata a scoprire la bellezza dei piccoli gesti di affetto che servono anzichenò. E non fa nulla se al primo incontro -nel servirmi col mestolo il polpettoncino ripieno di cui andava fiera- rovesciai il sugo sulla tovaglia buona. Dovevo accorgermi sin da subito che quello sbaglio sarebbe restato a lungo nella sua memoria, tanto a lungo che alla fine glielo ricordavo solo per vederla sorridere di nostalgia. Ma la zuppa di pesce no: la mia avversione alla zuppa di pesce, questo non me lo ha mai perdonato. Bacio le mani, Mescia Nenuccia. Col cuore!

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